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Dopamina [racconto erotico]

È la fantasia più comune per ogni uomo. La madre di tutte le fantasie. Lui, lei… e lei.

Lo è, probabilmente, anche per molte donne. Era ora che Inachis provasse a parlarne, in un nuovo racconto della serie «Ormoni». ☺


DOPAMINA

Ti volti verso la porta, mostrando così ai miei occhi il tatuaggio sul collo e alla mia voglia di te la via delle scale. Sono entrambi oggetto del mio desiderio, il tuo collo e le scale. Del primo invidio la capacità di parlare direttamente al tuo piacere, delle seconde l’inesorabile tensione verso la stanza in cui ti porterei subito, senza aspettare che questo cameriere svogliato finisca di sparecchiare il tavolo accanto al nostro, quello della moretta minuta che guardavi prima, poi torni in cucina con il piatto di verdure al vapore lasciato a metà, rientri a proporci un dolce, si accontenti di un caffè, ci lasci finalmente liberi.
Ma libero lo sono anche ora, libero di pensare tutto ciò che ti farei. Libero di sorriderti sicuro di capire il senso del tuo girare il capo scuotendo i capelli. Libero di dirti che ti ho visto benissimo mentre la guardavi, la moretta, e lasciavi sospeso lo sguardo, come fai quando ti passa nella mente una domanda. Fai una pausa nel respiro, forse anche nel battito del cuore, ti astrai, soppesi l’insolente questione e poi la scacci o la accogli, a volte semplicemente la rimandi. Allora lo vedo dai tuoi occhi: non il contenuto del pensiero – quello non posso leggerlo – ma l’esito del suo esame. Se sorridi, se cambi espressione o se deglutisci. Ogni gesto ha il suo linguaggio.
E se prima il tuo sguardo si è incrociato con il suo, poi con il mio, la traduzione non è difficile. È una versione da prima liceo nella lingua un po’ scontata dei maschi: la fantasia di te con un’altra e di voi con me, fusione nucleare, l’unione di ogni forma di piacere e di sensazione. Un triangolo solo apparente, perché nella realtà io sarei l’ospite cieco di un mondo che non potrò mai comprendere, il viaggiatore sulla soglia di una porta che non potrò varcare.

Ma anche queste limitazioni non attenuano la forza di questa fantasia che mi esplode dentro, districandosi come un giocatore di rugby in una mischia tra fantasmi primordiali del genere maschile, spezzoni di scenette a tre di film porno vintage, sogni notturni che rappresentano probabilmente la spiegazione scientifica più attendibile alle erezioni mattutine. Ne esce a fatica e corre libera nella mente verso la sua meta: pensare davvero noi due e la moretta, una sconosciuta appena intravista nella sala da pranzo di un hotel in cui soggiorniamo solo una notte. Una coincidenza, sempre che le coincidenze esistano davvero. Un lampo di flash sui desideri profondi che poi magari si avvereranno. O forse, più semplicemente, uno schizzo di dopamina nel Nucleus Accumbens. Dicono che quando vedi una persona, decidi nei primi due secondi se te la faresti. E come sarebbe poi, nei fatti? Bello come lo si immagina o invece impacciato, competitivo, frustrante?
Non mi rispondi, ovviamente. Le domande restano dentro di me e il tuo sguardo rimane voltato alla porta: il collo e le scale chiamano. Lasciamo la tavola, ultimi, tardivi clienti; il cameriere svogliato ci segue rassegnato, rinuncia con sollievo al dolce e persino al caffè. Prendiamo solo la chiave con la targhetta in ottone e “218” in smalto rosso. Ogni gradino a mangiarsi di voglia, ogni pianerottolo a rubare un bacio in un albergo ormai in dormiveglia. Imbocchiamo il corridoio del secondo piano. 202, 204, 206, una coppia chiacchiera a bassa voce.

Lingua. Mani. Gonna.
La nostra camera sembra una Terra Promessa alla distanza di un Esodo. Troppo. Smettila di guardarmi così.
208, un uomo che russa.
Togli quella mano dal mio pacco o tra pochi secondi ti giro contro il muro, mani alla parete, un mio piede a divaricarti le gambe. Che è esattamente ciò che vuoi, a quanto pare, perché non accenni a ritirarti e, anzi, sostieni la sfida come fai sempre quando hai deciso qualcosa.
210, una doccia che scroscia. Il vapore filtra sotto la porta, un profumo di bagnoschiuma si diffonde nel corridoio.
Ti afferro per i fianchi, ti lasci ruotare docilmente. Sai già cosa fare, scommetto che hai pensato la scena già a tavola e hai sentito l’attesa scorrerti tra le cosce. Appoggi la mano sinistra sulla carta da parati rosa antico, la destra ad afferrare lo stipite. Abbassi il capo, in un gesto di apparente, consapevole sottomissione. Prima ancora che io te lo chieda, allarghi i piedi, inarchi il bacino.
È un gesto animale, senza razionalità, abbassare i pantaloni quel poco che occorre, scostarti la mutandina nera, quella – ne sono sicuro – col fiocchetto sul sedere, essere dentro di te senza cautele, sicuro di trovarti aperta e pronta.

Gridare il piacere è il tuo modo di restituirlo a chi te lo dona. Gemi vibrando mentre affondo in te, che altri dormano, che parlino nelle stanze chiuse, che facciano anche l’amore. Ti fai prendere qui, abbastanza vicina al rifugio della camera per sentirne il richiamo ma troppo lontana per aspettare.
E gridi qualcosa che non riesco a capire mentre nulla ci importa se non il godere, né il disturbo alla quiete, né essere visti. E nemmeno quel “click” fin troppo vicino di una porta che si apre.

Una lama di luce ci separa come un bisturi. A pochi centimetri dalla tua mano destra, un braccio nudo, magro e diafano di ragazza esce dalla porta della camera 210. Incurante di noi, senza giustificazione o premura, ti afferra per la giacca, ti tira a sé, ti risucchia verso un corpo che non vedo.
Impietrito, sorpreso, scorgo appena la moretta della sala da pranzo avvolgerti la nuca con la mano e spingerti la testa verso la sua in un bacio che indovino solo dal contorcersi del tuo corpo.
Poi ti trascina all’interno, e senza una parola chiude secca la porta.

La cintura slacciata pende inerme ai passanti dei miei pantaloni blu, il cazzo, eretto, lucido, pronto per un piacere improvvisamente sottratto, svetta solitario in mezzo ai lembi stropicciati della camicia che sporgono dalla cinta. Non fuggo. Non busso. Non mi dispero.
La scena, nella sua imprevedibile irruenza, ha un qualcosa di naturale, di logico.
Potrei almeno origliare, cercare di penetrare il segreto che si sta svolgendo oltre la porta, spettatore impotente di un circo per ciechi, ma una saggezza che non mi riconosco, e che penso dentro di me mi provenga misteriosamente da te, mi suggerisce di non fare assolutamente nulla.
Sento i respiri, le tv, le parole delle camere vicine. Incredibilmente nemmeno un suono dalla stanza in cui tu e la sconosciuta state realizzando, ma senza di me, la mia banalmente maschile fantasia.
I minuti passano senza che possa misurarli. Quindici, venti, trenta, sessanta. Solo il pendere flaccido del cazzo ritornato pene potrebbe darmi un’idea di quanto ho atteso quel click, che pure mi sorprende nel mezzo di un pensiero confuso. Mi chiedevo se lei avrà sentito il mio sapore sul tuo sesso, come avrà reagito la tua vulva, gonfia di me, alla sua lingua, se avrà riempito, e come, il vuoto che sfilandomi ho lasciato dentro di te.

E poi, a interrompere un molesto divagare, il click.
Nessuna lama di luce, per me.
Nessuna mano diafana a prelevarmi di forza.
Nemmeno un invito.
Non so se aspettarmi di vederti comparire spettinata sulla soglia, con i vestiti in una mano e nell’altra le scarpe. Se così fosse sono sicuro che rideresti, senza un accenno di giustificazione, di pena o rimpianto. In un attimo, in quel sorriso avrei l’immagine di come vivi tu la tua vita, senza lasciarti sfuggire ciò che essa offre ma che spesso non si coglie per paura o stanchezza. Rideresti e poi riprenderesti da dove eravamo rimasti, dal tuo sesso gonfio e pronto al piacere. Da un orgasmo rimasto appeso a un filo sottile. E nulla varrebbero quelli appena avuti con lei, il piacere assume forme diverse con un uomo o una donna, sono due fili che possono intrecciarsi in un tessuto ma mai fondersi.

E nulla succede, però.
Tocca a me, allora. Tu non uscirai spettinata e appagata.
Appoggio il palmo alla porta, come poco fa alla tua schiena per farti piegare prima di penetrarti.
Spingo.
La camera è immersa nell’oscurità. Solo un bagliore proviene dal bagno insieme a vapore, scroscio di acqua e risate leggere.
Avanzo e mi fermo a guardare due ombre rosa abbracciate dietro al vetro appannato della doccia. Sono le coccole che seguono l’amore, gesti intimi di donne che mescolano cura e piacere. Come se io non ci fossi, continuate a insaponarvi, accarezzarvi allegre, aeree.
Non c’è fretta. Non saprei nemmeno dire se avvertite la mia presenza, se vi ecciti o vi sia indifferente. Sono a un banchetto per il quale temo di aver scordato a casa l’invito.
Poi tu. Tu che apri la porta del box e mi sorridi senza esitare, mi tendi la mano, tenendo la moretta per l’altra, e ci guidi – io tutto vestito, voi nude e bagnate – verso l’oscurità della camera da letto.
Scivoliamo su un letto disfatto, e l’aria mossa dai nostri corpi libera nella stanza il profumo del vostro piacere. La storia di ciò che è appena successo tra queste lenzuola mi è raccontata in un soffio di odori. Riconosco il tuo, più dolce. Indovino, più acre, il suo. E poi mani, e pelle, e bocche, e corpi.

E nulla di ciò che ho sempre sognato, da ricordare con gli occhi. Un buio assoluto in cui lasciarsi guidare solo da gesti e sensi, in cui mai poter tracciare un confine, definire un’identità. Sisifo, Tantalo, una tortura per chi, come ogni maschio, ha bisogno di fissare nella mente i fotogrammi da cui attingere domani ricordo ed eccitazione. Finalmente appagato nella mia maschile curiosità, e se possibile ancora più affamato.

Quando, più confuso che sfinito, mi lascio cadere con te sul letto della nostra stanza, dopo aver attraversato nudi il resto del corridoio, chiudo gli occhi e non so rinunciare a fare la moviola di queste ultime ore, cercando di indovinare o di farmi svelare cos’hai provato. Le domande banali e prevedibili che vorresti non fare. E poi inesorabilmente escono da sole.
E tu, paziente, rispondi: «No, non era la prima volta per me». «Sì, ma solo con una donna, mai a tre». «Sì – e ridi – era anche una mia fantasia!».
Devo avere l’aria stranita, perché anticipi l’ennesima curiosità e mi spieghi: «È diverso, ma non è solo una questione di maschi o di femmine. Ogni volta fai l’amore con una persona…».
Ripenso a come tutto si è svolto con naturalezza, tanto che non saprò mai se avevi architettato qualcosa o se è stato tutto spontaneo. Nessuna lotta tra noi, ma una somma di emozioni che si integravano perfettamente. Complementari.
«…»
«…e ognuna è a sé, ognuna può darti una nota, nessuna una sinfonia. Una può colmare un buco, nessuna il vuoto che tutti abbiamo dentro».
Per quel che ti conosco, però, direi spontaneo. Come spontanea sei tu, e sono le manifestazioni dei tuoi desideri.
«Dimmi del piacere», chiedo allora.
Sorridi e mi prendi la faccia tra le mani, come si fa con un bambino che fatica a capire cose elementari. C’è affetto e saggezza nelle tue parole: «Puoi conoscere il tuo piacere, e spesso non lo comprendi nemmeno del tutto. Ma devi accettare di regalare, senza poterlo possedere, quello di un altro, uomo o donna che sia».
Ti abbraccio e ci lasciamo sprofondare in un sonno profondo abitato, nel mio caso, da sogni confusi.

* * *

Ci sveglia il sole che filtra dalle imposte socchiuse. Il corridoio sembra animato da nuova vita, carrelli delle pulizie, viaggiatori in partenza. Ci prepariamo in silenzio, riassumendo in occhiate i pensieri della notte. Abbiamo entrambi bisogno al più presto di un caffè.
Ripercorriamo all’inverso la strada di ieri sera. E sarebbe anche una bella metafora se, passando davanti alla camera della moretta, non trovassimo la porta aperta, fermata con il secchio, la finestra spalancata su una giornata limpida con il vento che muove le tende. Una cameriera allegramente sovrappeso attraversa la stanza con le lenzuola tra le braccia. Gesti automatici, ripetuti senza riflettere ogni giorno, in ogni camera, ad ogni piano. Le butta nel carrello ridendo con la collega: feromoni liberi nell’aria, dopamina nel cervello… Per noi che passiamo davanti, l’odore di detersivo non può coprire del tutto quello, indelebile, del sesso.
Tra pochi minuti la camera sarà perfettamente in ordine, pronta per una nuova cliente.

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9 Commenti

  1. blackflag
    11 febbraio 2011

    Complimenti per l’aplomb di lui… :-) , totalmente rispettoso della “loro” sfera.
    Scritto -come sempre- molto bene, anche la spaziatura delle parole ed il ritmo sono importanti…

    Rispondi
  2. inachisio
    11 febbraio 2011

    Beh lui, a parte che lo hanno chiuso fuori dalla stanza, ha quell’aplomb tipico dei personaggi di fantasia… fosse successo a me sarei morto nel corridoio!

    Rispondi
  3. DaniDani
    11 febbraio 2011

    si , io me la immagino molto bene la scena….avrei descritto un po’ di piu’ lei….anzi no meglio lasciar sfogo alla fantasia…

    Rispondi
  4. marcy
    13 febbraio 2011

    E’ tornatooooooo roccoooo…scherzo, è tornato il mio autore preferito…
    complimenti trovo che sia un bellissimo racconto

    Rispondi
  5. Kitty
    14 febbraio 2011

    complimenti per il racconto :) finalmente! quando scrivi porti i lettori in un mondo parallelo in cui nulla è scontato ma tutto è permesso nel rispetto reciproco..mi mancava leggerti :)

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  6. blackflag
    15 febbraio 2011

    “….ha quell’aplomb tipico dei personaggi di fantasia… fosse successo a me sarei morto nel corridoio!”
    :-D :-D viva la sincerità!!

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  7. laura
    18 febbraio 2011

    Per fortuna che non ti sentivi più ispirato! Molto emozionante come sempre.

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  8. inachisio
    21 febbraio 2011

    Devo dire che dopo alcuni commenti sto pensando che dovrei riprendere in mano il racconto e sviluppare meglio il personaggio della moretta, come dice Dani, il momento in cui le due sono chiuse in camera e soprattutto il dialogo finale…. ci penso, neh

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