Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

Tempura [il gusto]

Racconti dei cinque sensi

TEMPURA

Non fosse stato per il rosa pallido dei gamberi e il verde tenue delle zucchine, potevano anche essere in un film in bianco e nero.
Lei, Anna la libraia, capelli corvini, pelle di latte, tubino notte. Lui, Edoardo, moro, pantaloni aderenti e girocollo fumo di Londra. L’appartamento, il suo-di-lui, un loft in stile techno-moderno: divani in pelle, la poltrona Frau, il 42 pollici a parete, la libreria laccata nera colma di volumi ben accostati per genere e misura. La zona cucina, inox e ceramica bianca.

Anna deglutì in risposta ad un’accelerazione del suo cuore. Sentiva il suo corpo sciogliersi. Non solo lì sotto, cosa già più prevedibile viste le premesse della serata, visti soprattutto i possibili – quasi certi – sviluppi. Si stava eccitando a partire dalla bocca. Le ghiandole salivari sembravano imporre il loro ritmo e i loro desideri alle altre colleghe, seppellite nel profondo del suo corpo. Un’onda di umori la cullava e la preparava al piacere.

Lui l’aveva desiderata, voluta, cacciata. Lei aveva resistito, resistito, resistito. Poi ceduto. E adesso era in quell’appartamento sconosciuto ma intrigante, seduta su uno sgabello di pelle al tavolo alto della cucina, con le gambe volutamente un po’ troppo aperte, il busto piegato in avanti a far risaltare il seno e gli occhi inchiodati alle mani di Edoardo, ipnotizzata dallo stile irresistibile che emanava anche nel pulire dei gamberi o nell’affettare zucchine.
Lo stesso fascino con cui vagava distrattamente nella sua libreria, Parole al vento, sceglieva con calma tre o quattro volumi, e si avvicinava sorridendo alla cassa, nell’unico momento in cui non c’era nessuno in fila, come se la sua presenza ispirasse soggezione anche ai clienti. Non appoggiava mai i libri sul bancone, ma glieli porgeva con garbo, quasi fossero un regalo per lei, fissandola negli occhi. Inutile dire che si trattava sempre di titoli di ottima qualità, autori minori, spesso orientali, non di rado scrittori erotici. Con lo stesso garbo porgeva la carta di credito e riceveva il sacchetto in carta riciclata con il logo del negozio. Una, due, tre visite, finché era diventato un cliente abituale. Finché, come un serpente, l’aveva avvolta in invisibili spire dalle quali lei cercava di liberarsi con sempre minore convinzione, come la preda si arrende alla stretta del pitone quasi desiderando una inevitabile fine al tormento.

Anna ricordava perfettamente il giorno in cui Edoardo, con la sua sfrontata naturalezza, le aveva… cosa? Cos’era successo esattamente? “Le aveva… chiesto?”, non era esatto. “Proposto?”, nemmeno. Per essere onesta con se stessa, avrebbe dovuto dire: ricordava perfettamente il giorno in cui Edoardo, con la sua sfrontata naturalezza, le aveva comunicato che una delle prossime sere l’avrebbe invitata a cena da lui. Senza prendersi la briga del punto interrogativo, aveva chiuso la frase con il punto fermo di un sorriso accennato più negli occhi che sulle labbra.
E lei, una donna seria, sposata, fedele, aveva sentito l’ultima spira stringerle la gola. Aveva deglutito, abbassando lo sguardo.
Mentre guardava l’uomo uscire dal negozio, stava già pensando a cosa avrebbe raccontato a Giancarlo, suo marito, per giustificare l’uscita serale. E stava visualizzando il tubino nero appeso nell’armadio, da troppo tempo inutilizzato per quella tiepida rassegnazione che spesso abita la vita delle coppie sposate. Quello scoraggiamento emotivo che inchioda i mariti ai divani e guida le mani delle mogli verso i capi più rassicuranti del guardaroba.

Se nella mente Anna si era preparata da tempo a quell’incontro, a quel tradimento per usare la parola giusta, il suo corpo aveva cominciato ad aprirsi dal momento in cui lui, accogliendola in casa, le aveva fatto scivolare la mano dietro alla schiena, appena troppo in basso, a lambire la parte alta delle natiche, e le aveva sfiorato il collo con le labbra.
Un brivido le era sceso lungo la spina dorsale e aveva messo in allarme il suo intimo. Un odore gradevole e leggero l’aveva avvolta, senza che potesse dire se fosse quello del suo corpo o dell’appartamento. Luci tenui rischiaravano l’unica, ampia stanza. Milano, già buia, lampeggiava oltre i vetri perfettamente tersi. Aveva appena avuto il tempo di far scorrere lo sguardo sulle pareti del soggiorno (“Bella quella foto in bianco e nero, lui è riuscito benissimo. Gli occhi nell’obiettivo del fotografo, la promessa di un sorriso sul volto, l’aria sicura del seduttore”. “Oddio, eccoli lì, tutti i libri che ha comprato da me, li riconosco”) mentre lui la orientava verso l’angolo cucina e le indicava uno sgabello in pelle nera porgendole un bicchiere di vino bianco freddo.

«Ti piace il tempura? Lo preparo io seguendo la ricetta che mi ha insegnato un maestro di sushi», aveva domandato mostrandole un tavolo alto apparecchiato per due e il piano di lavoro su cui spiccavano due sole note colorate: il rosa pallido dei gamberetti e il verde tenue delle zucchine.

* * *


«A che ora torna la mamma?».
«Torna quando stai già dormendo, Tommaso».
«Dov’è andata?».
«È andata a… Non lo so, esattamente. Una cosa di lavoro, una presentazione credo».
«Le dici se viene a salutarmi quando rientra, però?».
«Certo. E adesso, ci mettiamo a tavola?»
«Bastoncini di pesce? Wow! I miei preferiti!».
«Non sono bastoncini di pesce. Questo è il vero, unico tempura di nasello. Una specialità del samurai Kido».
Gli occhi azzurri di Tommaso, ometto fiero dei suoi sette anni, si spalancarono sul volto del papà Giancarlo. Da quello scambio di battute aveva capito che li aspettava una serata magica per soli maschi. Erano i loro momenti speciali; come il sabato, quando mamma era in negozio e loro due se ne andavano in piscina e poteva giocare nella vasca piccola mentre il papà nuotava nella grande. O come quando mamma era a Torino al Salone del libro, e loro due, ancora una volta, restavano soli e si mangiavano pizza e patatine sul divano rosso, davanti alla tele.

«E chi sarebbe questo samurai?».
«Non mi dire che non ne hai mai sentito parlare…».
Tommy rise. Sapeva che il papà lo avrebbe coinvolto in una delle sue storie appassionanti che trasformavano di volta in volta la cucina in vascello pirata, astronave, sottomarino.
«Il samurai Kido – riprese il papà immergendo i bastoncini nell’olio bollente – era il più coraggioso di tutti i samurai».
Una nuvola di vapore si alzò dalla padella.
«Quando impugnava la sua spada, era invincibile. Per questo l’imperatrice del Giappone gli affidava sempre le missioni più rischiose. Come quella volta che…».
Un’occhiata a Tommy, già completamente immerso nelle atmosfere della corte nipponica; un’occhiata al fornello. “Giro? Sì, giro”. Diversi schizzi disegnarono un via lattea oelata sul fornello.
«Un minuto e mangiamo!».
«…quella volta che? Cosa aveva fatto Kido?».
«Sarebbe un segreto, ma a te lo posso dire. L’imperatrice fece chiamare Kido e gli chiese di andare a recuperare un preziosissimo libro, che in realtà era poi un rotolo. Un libro che custodiva un importante segreto. Allora…».
«Aspetta, papà». Tommy si agitò sulla sedia mentre il padre scolava il tempura di nasello e lo appoggiava in tavola.
«Dimmi».
«Posso mettere il ghiaccio nella Coca Cola?».

* * *


I cubetti di ghiaccio tintinnavano nella coppa di vetro trasparente in cui galleggiava a bagnomaria la bacinella in vetro con il tane, la pastella di farina e acqua in cui risiede il segreto del tempura.
«Più il tane è freddo e meglio viene il fritto. È questo il trucco».
Accanto, su due piatti quadrati di ceramica nera, identici, le zucchine a listelle e i gamberi sgusciati.
«Tranne la coda, che va lasciata», precisò Edoardo prendendone uno tra due dita e immergendolo nella pastella chiara.
Era l’unico uomo che Anna avesse visto cucinare vestito in modo così elegante. Elegante, ma naturale. I gesti armonici, decisi, sicuri di un amante capace di cucinarti a fuoco lento, di portarti sempre al giusto punto di cottura.
La mente di Anna vagava, mentre sullo sfondo del suo sguardo perso danzavano i gesti di Edoardo che bagnava le verdure nel tane e le immergeva gocciolanti di pastella nell’olio sfrigolante del wok.
Lo immaginava nudo. Nudo e pronto davanti a lei. Istintivamente si sporse in avanti, socchiudendo le labbra. Ne pregustava il sapore, la consistenza, la pienezza; quella sensazione al tempo stesso di fame e di sazietà che solo il sesso orale sapeva regalarle.

«Apri la bocca».
Oddio, quella voce, autoritaria, ferma. Di uno che può farti quello che vuole.
«È bollente, ma il tempura va mangiato appena fatto».
Anna allungò il collo, abbassando la mandibola per accogliere dalle mani di Edoardo il gamberetto nella sua chiara corazza farinosa. Sentì il bisogno di chiudere gli occhi mentre il caldo, il gusto, la croccante morbidezza del crostaceo la invadevano e si scioglievano in lei. Con la lingua lo spinse contro il palato, assaporando l’amaro della salsa di soia. Sopraffatta dalla sensualità del gesto, masticò piano la polpa mentre le ghiandole salivari si contraevano e liberavano il loro succo. Ingoiò il boccone con un gesto lento di consapevole piacere, accompagnandone con un sospiro la discesa lungo l’esofago.
Lasciò che il calore del cibo trascinasse il desiderio di quell’uomo e si diffondesse in lei percorrendo come un brivido le arterie.

* * *


«Soffia, che scotta!».
Tommaso si impegnò a raffreddare il suo boccone di nasello fritto che sbocconcellava a piccoli morsi come un uccellino.
Essendo loro due soli, mangiavano al tavolo della piccola cucina dalle pareti arancione. Una simpatica confusione di pentole, scatole di bastoncini Findus, tovaglioli di carta, ravvivava la mobilia.
Giancarlo amava quei momenti forse più di suo figlio. Erano uno spazio di amore gratuito, pulito, fresco. Lontano dalle tensioni del lavoro, ma anche dalle abitudini del suo rapporto con Anna.

«Papà, attento!».
Giancarlo sentì la lingua bruciare prima di realizzare che le parole di allarme di Tommaso erano rivolte proprio a lui. Sovrappensiero, aveva messo in bocca il pesce, anzi il tempura, senza soffiare. Sentì il fritto ustionargli il palato.
Era distratto. Stava rivedendo Anna che usciva di casa. Molto bella, molto elegante. Da quanto tempo non metteva più quel tubino? Da quanto tempo non lo metteva più per lui?
Un pensiero molesto si fece strada in lui.

«Allora, papà. Questo samurai?».
«Certo. Eccomi. Dunque, l’imperatrice convocò Kido e gli affidò la missione di ritrovare il rotolo perduto. Se fosse riuscito nell’impresa, lo avrebbe coperto d’oro. Però gli pose una condizione: avrebbe dovuto portare con sé per tutto il viaggio la principessa Aiku. Kido non era molto d’accordo. Era un samurai solitario e non gli andava proprio di trascinarsi dietro una ragazza! E poi, come avrebbe fatto se avesse incontrato un pericolo? Avrebbe dovuto proteggere anche lei?».
«In classe mia c’è Valentina, che è cinese, e picchia tutti! Era come Valentina la principessa?».
«Kido non lo sapeva, ma Aiku conosceva dei colpi segreti terribili…».
«Wow! Poi me li insegni?».
«Allora, Kido partì un po’ controvoglia insieme ad Aiku. Il viaggio era molto lungo e da subito i due cominciarono a litigare. Kido non voleva che Aiku mettesse becco nelle sue decisioni. Però spesso succedeva che la principessa avesse delle idee molto migliori del samurai… E lui doveva ammetterlo, con grande dispiacere. E con grande gioia di Aiku che lo prendeva anche un po’ in giro».
«Aspetta, papà – Tommy stava saltellando sulla sedia -. Devo andare a fare la pipì».

Giancarlo seguì con lo sguardo il bambino che correva in bagno come se fosse al pit-stop del Gran Premio e riprese il filo di quel pensiero molesto insorto poco prima. Era vero che con Anna non aveva grandi problemi, però si sentiva poco a poco sempre più molle (in tutti i sensi, pensò con un certo disappunto), demotivato. Non poteva non essere grato per tutto quello che avevano vissuto, costruito, condiviso in questi anni. Amava Anna, di questo era certo. Ma non trovava più l’entusiasmo di una volta. La routine era una palude da cui era difficile uscire. E anche Tommaso, la loro gioia, la loro vita, certamente li colmava di affetto. Ecco, il punto era quello: li colmava. E poi ne restava poco da scambiarsi tra marito e moglie.

«Fatto!».
«Una mela? Te la sbuccio?».
Giancarlo prese a tagliare il frutto a spicchi, mentre cercava di ricordarsi a che punto fosse la storia. Le sue avventure erano tutte così: partivano da un’idea, un dettaglio, e poi si sviluppavano da sole; non sapeva mai il finale quando iniziava a raccontarle.

«Era arrivato l’inverno. Il viaggio era più lungo del previsto, erano in strada da diversi mesi e i pericoli non mancavano; ma per fortuna tra Kido e Aiku c’era ora una buona intesa. Erano due compagni validi e affiatati. Si erano insegnati a vicenda i colpi segreti ed erano riusciti a sconfiggere un terribile drago a due teste».
«Grazie a un trucco di Aiku o di Kido?». Tommy era indeciso per chi parteggiare. Propendeva per il maschio per questioni di solidarietà di genere, ma la principessa gli stava più simpatica.
«Quella volta, grazie a un trucco combinato di entrambi».
Tommaso tirò un sospiro di sollievo.
«Kido aveva colpito una delle due teste con la sua spada affilatissima e Aiku aveva centrato l’altra con una delle sue frecce avvelenate».
«Ohhhh!».
«E sui loro scudi erano piovuti gli schizzi del sangue verde del drago!».
«Bleah!!!».
Giancarlo si accorse di avere un po’ esagerato.

* * *


Anna riaprì gli occhi, aspettandosi di trovare Edoardo nudo davanti a lei. Ma invece del suo (immaginava) potente attrezzo, incrociò il suo sguardo fascinoso e due bastoncini di legno che le porgevano un altro boccone.
«Allora, ti piace? Sono bravo?».
«Sei… sei fantastico!». E aprì la bocca per accogliere una listella di zucchina altrettanto impeccabilmente dorata.
Ma, nel compiere il gesto, da donna attenta qual era (e particolarmente, da donna tout-court) si soffermò con gli occhi sul vestito di Edoardo.
Lo esaminò attentamente dall’alto in basso, lasciando scorrere più volte lo sguardo su di lui. L’uomo se ne accorse e, sebbene fosse rimasto a mezz’aria con il nuovo assaggio di tempura, sembrò apprezzare quella che interpretò come la promozione a un esame.
Anna sbloccò la situazione mordendo la zucchina. La scena si rimise in moto: lei masticava, lui si voltò verso il fornello. Olio, wok e sfrigolio in giapponese.

Ma una curiosità si stava facendo strada nella mente di Anna. Una di quelle domande inopportune che affiorano nei momenti meno adatti ed è impossibile scacciare, come le canzoncine dell’estate che ti si fissano nel cervello e ti perseguitano fino all’autunno.
La donna inquadrò Edoardo nella sua cucina, e lasciò sbocciare la domanda: “come era possibile che tra pastella e olio bollente non avesse neppure una macchia sul vestito?”.
Domanda sciocca, ok. Specie tenuto conto della situazione promettente.
Ma, ai suoi occhi, particolarmente rivelatrice e, al momento, inevitabile. Chiedeva risposta.
Guardò il piano di lavoro, i fornelli: impeccabili. Nemmeno uno schizzo, una macchiolina.
In carrellata percorse tutto l’open-space. Non c’era uno spillo fuori posto. Quell’uomo doveva avere Wonderwoman come donna delle pulizie!

Come spesso accade, la domanda curiosa si trasformò in pensiero molesto. Una sensazione di disagio che si insinuò nella memoria, andando a ripescare dettagli insignificanti di questi mesi di corteggiamento serrato.
Il sorriso degli occhi.
Perché si trattiene?
La sua schiena dritta nell’uscire dal negozio.
Come se avesse fretta di andare via.
La studiata compiacenza nel porgere la carta di credito.
Un’estensione fallica del suo orgoglio?
Il biglietto da visita con l’indirizzo.
Un suo alter-ego cartaceo.
Una casa perfetta ma fredda.
Perché ha bisogno di farsi vedere così impeccabile?
Ma non solo. Un uomo perfetto ma solo.
Perché solo? Chi ama davvero?

* * *


«Guarda che prima di andare a letto mi aiuti a mettere in ordine la cucina, Tommaso!». La stanza, in effetti, era allegra ma molto in disordine.
«Sì, ma adesso finisci la storia… Cosa succede dopo il drago?».
«Dopo il drago, c’è la prova finale! I due sono arrivati ai piedi di un castello, dove è custodito il rotolo. Ma per entrarvi devono attraversare una palude che circonda tutto l’edificio».
«E vabbé! Facile! Se hanno sconfitto il drago, che problema c’è con la palude? Dai papà, inventane una più pericolosa…».
«Attenzione! La palude è il pericolo più terribile. Peggio del drago!».
«Ma dai! Prendono una barca…».
«È una palude vischiosa, le barche non avanzano: più remi, più ti stanchi e finisci per scoraggiarti…».
«Gettano una fune!».
«Quando hai davanti una palude, non esiste fune abbastanza lunga».
«Trovato! C’è un mostro, ma buono, che li porta di là».
«Questa potrebbe essere una buona idea. Ma sai qual è il problema? Molte volte gli eroi vogliono fare di testa loro e non si fidano dei mostri, anche se sono mostri buoni».
«E allora?».
«Mentre stavano sulla riva, un po’ scoraggiati, Kido e Aiku cominciarono a litigare. Ognuno aveva un’idea diversa per passare, ma tutte fallivano. E quando dovevano rinunciare si davano la colpa a vicenda. Kido diceva: “Perché ti ho portato con me? Non mi sei di nessun aiuto!”. E Aiku: “E io? adesso potrei essere in compagnia di un cavaliere nero che si prende cura di me!”.
In quel momento, dalla torre del castello si affacciò un vecchietto, con un enorme megafono di ottone. E cominciò a chiamarli.
Kido e Aiku alzarono la testa verso la finestra da cui proveniva la voce.
“Ci mancava il vecchietto”, disse Kido.
“Proviamo ad ascoltarlo”, propose Aiku».
«E che diceva?».
«Diceva che quella era una palude fatata. C’era solo un modo per attraversarla: tenersi per mano e camminare».
«Bella idea, così affogano subito! Papà, oggi sei giù di fantasia, eh?!».
«Invece, il vecchietto aveva ragione, anche perché era lui il mago che aveva stregato la palude. Spiegò che bastava tenersi per mano, ma era molto più difficile di quanto sembrasse, perché era necessario credere che l’altro non sarebbe affondato. E questa fiducia era il trucco più difficile da compiere…
Kido e Aiku provarono una prima volta, ma erano ancora arrabbiati e subito cominciarono ad affondare. Con gran fatica riuscirono a tirarsi fuori dalla melma.
Provarono una seconda volta, ma entrambi non credevano che l’altro sarebbe riuscito a camminare davvero sulla palude. E così, giù di nuovo!
Allora Aiku fece una cosa che una volta ha fatto anche la mamma con me».
«…».
«Aiku prese la testa di Kido tra le mani, chiuse gli occhi, e lo baciò. Poi mano per la mano passarono la palude sani e salvi».

* * *


Edoardo circumnavigò il tavolo appoggiandovi un piatto di ottimo tempura. Compiuta la manovra, posò le mani (impeccabilmente pulite) sulle spalle di Anna e si chinò sul suo collo.
Lei ebbe un brivido, di segno opposto ai precedenti.
«Scusa, ti spiace se… insomma, posso andare un attimo in bagno?».
«Certo», rispose l’uomo, incerto se interpretarlo con un buon segno, indicando una porta scorrevole nascosta nel muro.
Anna entrò e la chiuse alle spalle.
Ebbe l’impressione di essere nell’ascensore di un grattacielo. Tre specchi enormi rimandavano la sua immagine sotto diverse angolature: fronte, profilo, tre quarti, mixata al box doccia in cristallo, alla vasca idro a due posti, al lavabo incassato, ad alcune foto di Edoardo nudo.
Per un attimo ebbe l’impressione di trovarsi davanti a uno specchio incantato, che rimandava solo l’immagine del suo proprietario. Si sentì circondata da tanti Edoardo che si guardavano a vicenda e si moltiplicavano all’infinito. Di lei, nessuna traccia.
Si sedette sul gabinetto, da sempre luogo propizio per le riflessioni. Intorno a lei, gli specchi fatati le mostravano un uomo capace di sedurre ma (sospettava) incapace di amare.
Si chiese: ma è di questo che ho bisogno?
Provò a rispondersi che magari non era il caso di farsi tante menate per un paio d’ore di buon sesso.
O per un tradimento.
Ma poi capì che non era questo il problema.
C’erano già state altre scappatelle, e non avevano distrutto il suo matrimonio.
Il fatto era che non voleva fare sesso con un uomo che avrebbe pensato solo a se stesso. E che, se si fosse preoccupato del suo piacere, l’avrebbe fatto per farsi dire quanto era bravo, attento, esperto.
Non voleva finire nello specchio magico.

Già che c’era, fece pipì.
E ripensò a un altro uomo, probabilmente meno capace di sedurre ma certamente capace di amarla che in quel momento era a casa a raccontare storie al loro bambino.
Uscì dal bagno e guardò Edoardo con aria allarmata:
«Ci deve essere qualcosa che non va allo specchio!».
Mentre l’uomo correva in bagno a verificare, Anna mise in bocca un ultimo gambero e scappò fuori pensando che, appena entrata in casa, avrebbe baciato il suo Giancarlo e l’avrebbe steso sul tavolo della cucina.

* * *


«Papà… Ma cosa c’era scritto sul rotolo?».
«Ah, già. Dimenticavo: era una ricetta».
«Tutti quei pericoli per una ricetta? Chissà come si sarà incavolato il samurai!».
«Ma era una ricetta speciale. Era la ricetta del sacro tempura, il cibo che dà la felicità».
«Sarà…».

Drìììììn!
«La mamma!».
«Già qui? E non abbiamo nemmeno messo in ordine…».

PDF-logoScarica il pdf di questo racconto

TEMPURA

  • Segnalo
  • WordPress
  • Blogger Post
  • Technorati Favorites
  • Twitter
  • Facebook
  • Windows Live Favorites
  • MySpace
  • Google Reader
  • Hotmail
  • Google Bookmarks
  • Share/Bookmark

This website uses IntenseDebate comments, but they are not currently loaded because either your browser doesn't support JavaScript, or they didn't load fast enough.

Comments (19)

KittyGiuliagiugno 12th, 2008 at 10:54

bravissimo Inachis!! ma l’ho letto solo io questo racconto?! in realtà l’ho trovato per caso..il che è un peccato perchè è proprio bello…dai mettilo in bella vista! ciao ciao

inachisiogiugno 12th, 2008 at 10:55

L’ho appena pubblicato e tu, come un falchetto, lo hai beccato. Spero che lo leggeranno altri… ci ho messo un sacco a scriverlo!!!

Inachis

KittyGiuliagiugno 12th, 2008 at 10:59

ovviamente! nn che io nn abbia nulla da fare..anzi…avrei da fare eccome..ma mi è sorto il dubbio che avessi perso qualche racconto perchè “carta fedeltà” non era presente nella lista principale..così ho trovato “tempura”..e poi lo aspettavo dopo la precisazione su “mezzo litro di panna”..vedrai che lo leggeranno in tanti..

inachisiogiugno 12th, 2008 at 11:06

Hai ragione devo aggiornare l’indice. Anche io lavoro e si fatica a trovare il tempo. Però come mi diverto con questo blog!!!

Inachis

Grassidegiugno 12th, 2008 at 19:07

Che dolce…veramente un bel finale… *_*

LetyMgiugno 13th, 2008 at 08:47

complimenti…ho letto questo bellissimo racconto con molto interesse….che dire?

una bella tentazione …certo..ma spesso le belle tentazioni non sono mai quelle giuste o quelle che ci rendono felici.

ciao Inachis…di nuovo i miei complimenti!

EssereAplysiagiugno 16th, 2008 at 17:06

Riflessivo, contraddittorio, spiazzante…proprio come il pensiero femminile!

collezionavogiugno 18th, 2008 at 08:25

Eccomiiiii..finalmente ..mannaggia a me ..son riuscita aleggere tutto d’un fiato ..il tempura..

dopo l’acquolina in bocca del primo approccio (quel piatto deve essere delizioso)..son rimasta incantata nei pensieri…bloccata..per uscire dal personaggio ho dovuto schioccare le dita..caspiterina…bellissima rappresentazione della debolezza umana….kiss M.

KittyGiulialuglio 28th, 2008 at 13:02

http://kitty

[..] Milano Ho trascorso 2 giorni nella bella Milano..viaggio non previsto ma interessante..non molto culturale cosa che mi è un po’ dispiaciuta ma vabbè.. -gli scriccioli si avvicinan [..]

ocramasilottobre 23rd, 2008 at 14:23

..che mente la tua…!!!senza eguali!!

MissEnnenovembre 30th, 2008 at 21:23

Carino. Anche se, visto il blog, m’aspettavo qualcosa d’un pò più piccante.

inachisionovembre 30th, 2008 at 21:24

Ci sono anche quelli più piccanti. Ma mai harissa, al massimo pizza alla diavola.

;-)

MissEnnenovembre 30th, 2008 at 21:33

Oh beh, io invece sono del parere che o tutto o niente.

Indicamene qualcuno, comunque.

inachisionovembre 30th, 2008 at 21:44

Non so se soddisferò o tuoi gusti, ma per fortuna seguo un mio progetto senza la pretesa di piacere a tutti…

Prova a leggere

Il piacere è tutto tuo, Mezzo litro di panna o Il numero perfetto.

Però, ripeto, forse non incontrerò i tuoi gusti. Ho trovato talmente tanti blog di autori uomini che scivolavano nel porno che mi sono buttato sul “post-erotico”, come spiego altrove nel blog.

Infine, last but not least, grazie per i commenti perché è sempre un piacere quando qualcuno ti legge, che tu piaccia o no.

Inachis

MissEnnenovembre 30th, 2008 at 21:58

Voglio sottolineare che non vado in giro per i blog aspettandomi qualcosa di porno, sia ben chiaro.

Ho semplicemente detto che, data l’impostazione apparente del blog, dato l’inizio del post, mi sarei aspettata una fine diversa, tutto qui.

Non ho gusti particolari, per quanto riguarda la lettura. Leggo ciò che ritengo ben scritto e interessante. Questo racconto lo era, quindi m’ha fatto piacere leggerlo.

fortydicembre 2nd, 2008 at 10:45

che cazzo! questo racconto è letteralmente un ‘coito interrotto’.

gradevolissimo, complimenti.

certo, Lei ha le idee confuse. e Lui che l’aspetta a casa, ancora di più. poveretti loro. secondo me era meglio se la scopata se la faceva, senza stare a farsi tante menate!!

Satinesettembre 3rd, 2009 at 21:21

Questo l’ho letto varie volte ed è il mio preferito.
Mi sono accorta che mi piacciono più quelli incentrati sul gusto…
Tempura, mezzo litro di panna, il gioco… trovo che il gusto come senso sia estremamente erotico.
Inachis, attendo racconti nuovi! ;-)

inachisiosettembre 3rd, 2009 at 21:54

E’ vero: questo racconto è anche uno dei miei preferiti, forse perché mi immedesimo nel papà o perchè adoro il tempura o perchè cucino spesso.
Cibo e eros è un bel connubio!
Grazie anche per l’incoraggiamento a scrivere: spero di farlo presto! E meno male che tu rileggi i racconti, altrimenti non terrei il ritmo!

[...] proprio per questo il problema che pone è da prendere sul serio. Reagisce al racconto “Tempura” con questa osservazione: Elemento per me un po’ fastidioso è ancora una volta [...]

Leave a comment

Your comment