Il blog di Dire Fare l'Amore

Tempura [il gusto]

TEMPURA

Non fosse stato per il rosa pallido dei gamberi e il verde tenue delle zucchine, poteva essere un film in bianco e nero.

Lei, la libraia, capelli corvini, pelle di latte, tubino nero notte. Lui, moro, pantaloni aderenti e girocollo fumo di Londra. L’appartamento, il suo-di-lui, un loft in stile tecno-moderno: divani in pelle, la poltrona Frau, il 42 pollici a parete, la libreria laccata nera colma di volumi ben accostati per genere e misura. La zona cucina, inox e ceramica bianca.

 

La donna deglutì in risposta a un’accelerazione del cuore. Sentiva il corpo sciogliersi. Non solo lì sotto, cosa in fondo prevedibile viste le premesse della serata, visti soprattutto i possibili – quasi certi – sviluppi. Si stava eccitando a partire dalla bocca. Le ghiandole salivari sembravano imporre il loro ritmo e i loro desideri alle colleghe, seppellite nel profondo del corpo. Un’onda di umori la cullava e la preparava al piacere.

 

Lui l’aveva desiderata, voluta, cacciata. Lei aveva resistito, resistito, resistito. Poi ceduto. E adesso era in quell’appartamento sconosciuto ma intrigante, seduta su uno sgabello di pelle al tavolo alto della cucina, con le gambe volutamente aperte, il busto piegato in avanti e gli occhi inchiodati alle mani di lui, ipnotizzata dallo stile irresistibile che emanava anche nel pulire dei gamberi o nell’affettare zucchine.

Lo stesso fascino con cui lui vagava distrattamente nella sua libreria, sceglieva con calma tre o quattro volumi e si avvicinava sorridendo alla cassa, nell’unico momento in cui non c’era nessuno in fila, come se la sua presenza ispirasse soggezione ai clienti. Non appoggiava mai i libri sul bancone, ma glieli porgeva con garbo, quasi non fossero un acquisto ma un regalo per lei, fissandola negli occhi. Inutile dire che si trattava sempre di titoli di ottima qualità, autori minori, spesso orientali, non di rado scrittori erotici. Con lo stesso garbo porgeva la carta di credito e riceveva il sacchetto in carta riciclata con il logo del negozio. Una, due, tre visite, finché era diventato un cliente abituale. Finché, come un serpente, l’aveva avvolta in invisibili spire dalle quali lei aveva cercato di liberarsi con sempre minore convinzione, come la preda si arrende alla stretta del pitone quasi desiderando una fine al tormento.

Ricordava perfettamente il giorno in cui lui, con la sua naturalezza sfrontata, le aveva… cosa? Cos’era successo esattamente? Le aveva… chiesto? Non era esatto. Proposto? Nemmeno. Per essere onesta con se stessa, avrebbe dovuto dire: ricordava perfettamente il giorno in cui lui, con la sua naturalezza sfrontata, le aveva comunicato che una delle prossime sere l’avrebbe invitata a cena a casa sua. Senza prendersi la briga di mettere un punto interrogativo, aveva chiuso la frase con il punto fermo di un sorriso, accennato più negli occhi che sulle labbra.

E lei, più abituata a cacciare e scegliere che a essere cacciata e scelta, aveva sentito l’ultima spira stringerle la gola. Aveva deglutito, abbassato lo sguardo.

Mentre guardava l’uomo uscire dal negozio, stava pensando a cosa avrebbe raccontato a casa per giustificare l’uscita serale. Già visualizzava il tubino nero appeso nell’armadio, da troppo tempo inutilizzato per quella tiepida rassegnazione che spesso abita la vita delle coppie rodate. Non era proprio un gran momento, no. E non era nemmeno la prima volta che si prendeva una “vacanza”, e come sempre queste avventure erano arrivate nei momenti di maggior freddezza del suo compagno. Le aveva vissute come piccole parentesi senza strascichi, come un regalo a se stessa. Quando le sue amiche cambiavano guardaroba, lei si offriva una serata un po’ diversa.

Sorrise rivedendo il volto stupito di Stefano, con cui era uscita qualche mese prima. La sua vita sempre incasinata, alla rincorsa, i suoi abiti assortiti alla rinfusa che davano l’idea di un uomo poco distratto dall’esteriorità. Capace però di leggerti dentro, di ascoltare. Si erano ritrovati dopo diversi anni di lontananza: un caffè, un aperitivo da buoni amici. Si era lasciata andare a confidenze, gli aveva riversato addosso le sue frustrazioni, perché aveva bisogno di un orecchio attento. Ma mentre parlava non poteva allontanare lo sguardo dalla sua bocca, dalle sue mani. Si era sentita quasi noiosa a raccontargli i suoi guai mentre in realtà avrebbe voluto solo prenderlo lì, sul tavolo del bar. E così, mentre lo guardava allontanarsi di spalle sul marciapiede, aveva afferrato d’impulso il cellulare e gli aveva mandato un sms poco fraintendibile.

Lo aveva visto fermarsi, mettere la mano in due tasche diverse prima di trovare il telefono, leggere, voltarsi indietro.

Il resto era quel volto stupito e la più divertente, allegra, disordinata scopata degli ultimi anni, su un letto a futon circondato di vestiti come scialuppe dopo un naufragio. Sopravvissuti alla noia su una zattera di passione.

 

Ma con il misterioso cliente della libreria era stato tutto diverso. E se nella mente si era preparata da tempo a quell’incontro, fantasticando sui dettagli e gli sviluppi, cullandosi nell’attesa di quel momento magico in cui senti che stai per cedere a un uomo che ti desidera, in realtà si sentiva sospesa in una favola, in un mondo irreale. E il suo corpo, strettamente fasciato nel tubino, lo sentiva. Aveva cominciato ad aprirsi solo dal momento in cui lui, accogliendola in casa, le aveva fatto scivolare la mano dietro alla schiena, appena troppo in basso, a lambire la parte alta delle natiche, e le aveva sfiorato il collo con le labbra.

Un brivido le era sceso lungo la spina dorsale e aveva risvegliato il suo intimo. Un odore gradevole e leggero l’aveva avvolta, senza che potesse dire se fosse quello del suo corpo o dell’appartamento. Luci tenui rischiaravano l’unica, ampia stanza. Milano, già buia, lampeggiava oltre i vetri perfettamente tersi. Aveva appena avuto il tempo di far scorrere lo sguardo sulle pareti del soggiorno (Bella quella foto in bianco e nero, lui è riuscito benissimo. Gli occhi nell’obiettivo del fotografo, la promessa di un sorriso sul volto, l’aria sicura del seduttore… Oddio, eccoli lì, tutti i libri che ha comprato da me, li riconosco), mentre lui la orientava verso l’angolo cucina e le indicava uno sgabello in pelle nera porgendole un bicchiere di vino bianco freddo.

 

«Ti piace il tempura? Lo preparo io seguendo la ricetta che mi ha insegnato un maestro di sushi» aveva domandato mostrandole un tavolo alto apparecchiato per due e il piano di lavoro su cui spiccavano due sole note colorate: il rosa pallido dei gamberi e il verde tenue delle zucchine.

 

 

* * *

 

«A che ora torna la mamma?»

«Torna quando starai già dormendo, Tommaso»

«Dov’è andata?»

«È andata a… Non lo so, esattamente. Una cosa di lavoro, una presentazione credo.»

«Le dici se viene a salutarmi quando rientra, però?»

«Certo. E adesso, ci mettiamo a tavola?»

«Bastoncini di pesce? Wow! I miei preferiti!»

«Non sono bastoncini di pesce. Questo è il vero, unico tempura di nasello. Una specialità del samurai Kido.»

Gli occhi azzurri di Tommaso, fiero dei suoi sette anni, si spalancarono sul volto del papà. Da quello scambio di battute aveva capito che li aspettava una serata magica per soli maschi. Erano i loro momenti speciali; come il sabato, quando mamma era in libreria e loro due se ne andavano in piscina e poteva giocare nella vasca piccola mentre il papà nuotava nella grande. O come quando mamma era a Torino al Salone del libro, e loro due, ancora una volta, restavano soli e si mangiavano pizza e patatine sul divano rosso, davanti alla tele.

«E chi sarebbe questo samurai?»

«Non mi dire che non ne hai mai sentito parlare…»

Tommy rise. Sapeva che il papà lo avrebbe coinvolto in una delle sue storie appassionanti che trasformavano di volta in volta la cucina in vascello pirata, astronave, sottomarino.

«Il samurai Kido», riprese serio il papà immergendo i bastoncini nell’olio bollente, «era il più coraggioso di tutti i guerrieri.»

Una nuvola di vapore si alzò dalla padella.

«Quando impugnava la sua spada, era invincibile. Per questo l’imperatrice del Giappone gli affidava le missioni più rischiose. Come quella volta che…»

Un’occhiata a Tommy, già completamente immerso nelle atmosfere della corte nipponica; un’occhiata al fornello. Giro? Sì, giro. Diversi schizzi disegnarono un via lattea oleosa sul fornello.

«Un minuto e mangiamo!»

«…quella volta che? Cosa aveva fatto Kido?»

«Sarebbe un segreto, ma a te lo posso dire. L’imperatrice fece chiamare Kido e gli chiese di andare a recuperare un preziosissimo libro, che in realtà era poi un rotolo. Un libro che custodiva un importante segreto. Allora…»

«Aspetta, papà.» Tommy si agitò sulla sedia mentre il padre scolava il tempura di nasello e lo appoggiava in tavola.

«Dimmi.»

«Posso mettere il ghiaccio nella Coca Cola?»

 

 

* * *

 

I cubetti di ghiaccio tintinnavano nella coppa trasparente in cui galleggiava la bacinella in vetro con il tane, la pastella di farina e acqua in cui risiede il segreto del tempura.

«Più il tane è freddo e meglio viene il fritto. È questo il trucco.»

Accanto, su due piatti quadrati di ceramica nera, identici, le zucchine a listelle e i gamberi sgusciati.

«Tranne la coda, che va lasciata» precisò prendendone uno tra due dita e immergendolo nella pastella chiara.

Era l’unico uomo che avesse visto ai fornelli vestito in modo così elegante. Elegante ma naturale. I gesti armonici, decisi, sicuri di un amante capace di cucinarti a fuoco lento, di portarti al giusto punto di cottura.

La mente di lei vagava, mentre sullo sfondo del suo sguardo perso danzavano i gesti di lui che bagnava le verdure nel tane e le immergeva gocciolanti di pastella nell’olio sfrigolante del wok.

Lo immaginava nudo. Nudo e pronto davanti a lei. Istintivamente si sporse in avanti, socchiudendo le labbra. Ne pregustava il sapore, la consistenza, la pienezza; quella sensazione al tempo stesso di fame e di sazietà che solo il sesso orale sapeva regalarle.

 

«Apri la bocca.»

Quella voce, autoritaria, ferma. Di chi può farti quello che vuole.

«È bollente, ma il tempura va mangiato appena fatto.»

Allungò il collo, abbassando la mandibola per accogliere dalle mani di lui il gambero nella sua chiara corazza farinosa. Sentì il bisogno di chiudere gli occhi mentre il caldo, il gusto, la croccante morbidezza del crostaceo la invadevano e si scioglievano in lei. Con la lingua lo spinse contro il palato, assaporando l’amaro della salsa di soia. Sopraffatta dalla sensualità del gesto, masticò piano la polpa mentre le ghiandole salivari si contraevano e liberavano il loro succo. Ingoiò il boccone con un gesto lento di consapevole piacere, accompagnandone con un sospiro la discesa lungo l’esofago.

Lasciò che il calore del cibo trascinasse il desiderio di quell’uomo e si diffondesse in lei percorrendo come un brivido le arterie.

 

 

* * *

 

«Soffia, che scotta!»

Tommaso si impegnò a raffreddare il boccone di nasello fritto che piluccava a piccoli morsi come un uccellino.

Essendo loro due soli, mangiavano al tavolo della piccola cucina dalle pareti arancioni. Una simpatica confusione di pentole, scatole di bastoncini Findus, tovaglioli di carta, ravvivava la mobilia.

Amavano quei momenti. Erano uno spazio di amore gratuito, pulito, fresco.

«Papà, attento!»

Giancarlo sentì la lingua bruciare prima di realizzare che le parole di allarme di Tommaso erano rivolte proprio a lui. Sovrappensiero, aveva messo in bocca il bastoncino di pesce, anzi il tempura, senza soffiare. Sentì il fritto ustionargli il palato.

Era distratto. Rivedeva Anna che usciva di casa. Bella, elegante. Da quanto tempo non metteva più quel tubino? Da quanto tempo non lo metteva più per lui?

Un pensiero molesto si fece strada nella mente.

 

«Allora, papà. Questo samurai?»

«Certo. Eccomi. Dunque, l’imperatrice convocò Kido e gli affidò la missione di ritrovare il rotolo perduto. Se fosse riuscito nell’impresa, lo avrebbe coperto d’oro. Però gli pose una condizione: avrebbe dovuto portare con sé per tutto il viaggio la principessa Aiku. Kido non era molto d’accordo. Era un samurai solitario e non gli andava proprio di trascinarsi dietro una ragazza! E poi, come avrebbe fatto se avesse incontrato un pericolo? Avrebbe dovuto proteggere anche lei?»

«In classe mia c’è Valentina, che è cinese, e picchia tutti! Era come Valentina la principessa?»

«Kido non lo sapeva, ma Aiku conosceva dei colpi segreti terribili…»

«Wow! Poi me li insegni?»

«Allora, Kido partì un po’ controvoglia insieme ad Aiku. Il viaggio era molto lungo e da subito i due cominciarono a litigare. Kido non voleva che Aiku mettesse becco nelle sue decisioni. Però spesso succedeva che la principessa avesse delle idee decisamente migliori di quelle del samurai. E lui doveva ammetterlo, con grande dispiacere. E con grande gioia di Aiku che lo prendeva anche un po’ in giro.»

«Aspetta, papà.» Tommy saltellava sulla sedia. «Devo andare a fare la pipì.»

 

Giancarlo seguì con lo sguardo il bambino che correva in bagno come se fosse al pit-stop del Gran Premio e riprese il filo di quel pensiero molesto insorto poco prima. Era vero che con Anna non aveva grandi problemi, però si sentiva poco a poco sempre più molle (in tutti i sensi, pensò con un certo disappunto), demotivato. Non poteva non essere grato per tutto quello che avevano vissuto, costruito, condiviso in questi anni.

Amava Anna, di questo era certo. Ma non trovava più l’entusiasmo di una volta. La routine era una palude da cui era difficile uscire. E anche Tommaso, la loro gioia, la loro vita, certamente li colmava di affetto. Ecco, il punto era quello: li colmava. E poi restava poco da scambiarsi tra loro due.

 

«Fatto!»

«Una mela? Te la sbuccio?»

Giancarlo prese a tagliare il frutto a spicchi, mentre cercava di ricordarsi a che punto fosse la storia. Le sue avventure erano tutte così: partivano da un’idea, un dettaglio, e poi si sviluppavano da sole; non sapeva mai il finale quando iniziava a raccontarle.

 

«Era arrivato l’inverno. Il viaggio era più lungo del previsto, erano in strada da diversi mesi e i pericoli non mancavano; ma per fortuna tra Kido e Aiku c’era ora una buona intesa. Erano due compagni validi e affiatati. Si erano insegnati a vicenda i colpi segreti ed erano riusciti a sconfiggere un terribile drago a due teste.»

«Grazie a un trucco di Aiku o di Kido?» Tommy era indeciso per chi parteggiare. Propendeva per il maschio per questioni di solidarietà di genere, ma la principessa gli stava più simpatica.

«Quella volta, grazie a un trucco combinato di entrambi.»

Tommaso tirò un sospiro di sollievo.

«Kido aveva colpito una delle due teste con la sua katana affilatissima e Aiku aveva centrato l’altra con una delle sue frecce avvelenate.»

«Ohhhh!»

«E sui loro scudi erano piovuti gli schizzi del sangue verde del drago!»

«Bleah!!!»

Giancarlo si accorse di avere un po’ esagerato.

 

 

* * *

 

Riaprì gli occhi, aspettandosi di trovarlo nudo davanti a lei. Ma invece del suo (immaginava) potente attrezzo, incrociò il suo sguardo fascinoso e due bastoncini di legno che le porgevano un altro boccone.

«Allora, ti piace? Sono bravo?»

«Sei… sei fantastico!» E aprì la bocca per accogliere una listella di zucchina altrettanto impeccabilmente dorata.

Tuttavia, durante il gesto, si soffermò con lo sguardo sul vestito di lui.

Lo esaminò attentamente dall’alto in basso, lentamente. L’uomo se ne accorse e, sebbene fosse rimasto a mezz’aria con il nuovo assaggio di tempura, sembrò apprezzare quello che interpretò come il superamento di un esame.

Lei sbloccò la situazione mordendo la zucchina. La scena si rimise in moto: lei masticava, lui si voltò verso il fornello. Olio, wok e sfrigolio giapponese.

 

Una curiosità si stava facendo strada nella mente di lei. Una di quelle domande inopportune che affiorano nei momenti meno adatti ed è impossibile scacciare, come le canzoncine dell’estate che ti si fissano nel cervello e ti perseguitano fino all’autunno.

Inquadrò l’uomo nella sua cucina, e lasciò sbocciare la domanda: Come è possibile che tra pastella e olio bollente non abbia neppure una macchia sul vestito?

Domanda sciocca, ok. Specie tenuto conto della situazione promettente. Ma, ai suoi occhi, particolarmente rivelatrice e, al momento, inevitabile. Chiedeva risposta.

Guardò il piano di lavoro, i fornelli: impeccabili. Nemmeno uno schizzo, una macchiolina.

In carrellata percorse tutto l’open-space. Non c’era uno spillo fuori posto. Quell’uomo doveva avere Wonderwoman come donna delle pulizie!

 

Come spesso accade, la domanda curiosa si trasformò in pensiero molesto. Una sensazione di disagio che si insinuò nella memoria, andando a ripescare dettagli insignificanti di quei mesi di corteggiamento serrato.

Il sorriso degli occhi.

Perché si trattiene?

La sua schiena dritta nell’uscire dal negozio.

Come se avesse fretta di andare via.

La studiata compiacenza nel porgere la carta di credito.

Un’estensione fallica del suo orgoglio?

Il biglietto da visita con l’indirizzo.

Un suo alter-ego cartaceo.

Una casa perfetta ma fredda.

Perché ha bisogno di farsi vedere così impeccabile?

Non solo. Un uomo perfetto ma solo.

Perché solo? Chi ama davvero?

 

 

 

* * *

 

«Guarda che prima di andare a letto mi aiuti a mettere in ordine la cucina, Tommaso! Abbiamo fatto un disastro.»

«Sì, ma adesso finisci la storia… Cosa succede dopo il drago?»

«Dopo il drago, c’è la prova finale! I due sono arrivati ai piedi di un castello, dove è custodito il rotolo. Ma per entrarvi devono attraversare una palude che circonda tutto l’edificio.»

«E vabbè! Facile! Se hanno sconfitto il drago, che problema c’è con la palude? Dai papà, inventane una più pericolosa…»

«Attenzione! La palude è il pericolo più terribile. Peggio del drago!»

«Ma dai! Prendono una barca…»

«È una palude vischiosa, le barche non avanzano: più remi, più ti stanchi e finisci per scoraggiarti…»

«Gettano una fune!»

«Quando hai davanti una palude, non esiste fune abbastanza lunga.»

«Trovato! C’è un mostro, ma buono, che li porta di là.»

«Questa potrebbe essere una buona idea. Ma sai qual è il problema? Molte volte gli eroi vogliono fare di testa loro e non si fidano dei mostri, anche se sono mostri buoni.»

«E allora?»

«Mentre stavano sulla riva, un po’ scoraggiati, Kido e Aiku cominciarono a litigare. Ognuno aveva un’idea diversa per passare, ma tutte fallivano. E quando dovevano rinunciare si davano la colpa a vicenda. Kido diceva: “Perché ti ho portato con me? Non mi sei di nessun aiuto!” E Aiku: “E io? Adesso potrei essere in compagnia di un cavaliere nero che si prende cura di me!” In quel momento, dalla torre del castello si affacciò un vecchietto, con un enorme megafono di ottone. E cominciò a chiamarli. Kido e Aiku alzarono la testa verso la finestra da cui proveniva la voce. “Ci mancava il vecchio”, disse Kido. “Proviamo ad ascoltarlo” propose Aiku.»

«E che diceva?»

«Diceva che quella era una palude fatata. C’era solo un modo per attraversarla: tenersi per mano e camminare.»

«Bella idea, così affogano subito! Papà, oggi sei giù di fantasia, eh?!»

«Invece, il vecchietto aveva ragione, anche perché era lui il mago che aveva stregato la palude. Spiegò che bastava tenersi per mano, ma era molto più difficile di quanto sembrasse, perché era necessario credere che l’altro non sarebbe affondato. E questa fiducia era il trucco più difficile da compiere… Kido e Aiku provarono una prima volta, ma erano ancora arrabbiati e subito cominciarono ad affondare. Con gran fatica riuscirono a tirarsi fuori dalla melma. Provarono una seconda volta, ma entrambi non credevano che l’altro sarebbe riuscito a camminare davvero sulla palude. E così, giù di nuovo! Allora Aiku fece una cosa che una volta ha fatto anche la mamma con me.»

«…»

«Aiku prese la testa di Kido tra le mani, chiuse gli occhi e lo baciò. Poi mano nella mano passarono la palude sani e salvi.»

 

 

* * *

Lui circumnavigò il tavolo appoggiandovi un piatto colmo. Compiuta la manovra, posò le mani (impeccabilmente pulite) sulle spalle di lei e si chinò sul suo collo.

Lei ebbe un brivido, ma di segno opposto ai precedenti.

«Scusa, ti spiace se… insomma, posso andare un attimo in bagno?»

«Certo», rispose l’uomo, indicando una porta scorrevole nascosta nel muro, incerto se interpretarlo come un buon segno.

Lei entrò e se la chiuse alle spalle. Ebbe l’impressione di essere nell’ascensore di un grattacielo. Tre specchi enormi rimandavano la sua immagine sotto diverse angolature: fronte, profilo, tre quarti, mixata al box doccia in cristallo, alla vasca idro a due posti, al lavabo incassato, ad alcune foto di lui nudo.

Per un attimo ebbe l’impressione di trovarsi davanti a uno specchio incantato, che rimandava solo l’immagine del suo proprietario. Si sentì circondata da tanti lui che si guardavano a vicenda e si moltiplicavano all’infinito. Di lei, nessuna traccia.

Si sedette sul gabinetto, da sempre luogo propizio per le riflessioni. Intorno a lei, gli specchi fatati le mostravano un uomo capace di sedurre ma (sospettava) incapace di amare.

 

Si lasciò andare a una pipì liberatoria. Tirò diligentemente lo sciacquone. Si guardò negli specchi lisciandosi le pieghe del tubino, aprì la borsetta e si aggiustò il trucco. Affondò ancora la mano nella borsa e afferrò il cellulare. In piedi, con una mano sulla maniglia della porta, inviò un sms: “Hai ancora quella zattera? Nei prossimi giorni potrei aver voglia di un nuovo naufragio”.

Uscì dal bagno e con aria allarmata disse all’uomo: «Ci deve essere qualcosa che non va allo specchio!»

Mentre lui correva in bagno a verificare, mise in bocca un ultimo gambero e scappò fuori cercando di ricordare dove avesse parcheggiato la macchina e pensando nel contempo che, appena entrata in casa, avrebbe baciato il suo Giancarlo e l’avrebbe steso sul tavolo della cucina.

 

 

* * *

 

«Papà… Ma cosa c’era scritto sul rotolo?»

«Ah, già. Dimenticavo: era una ricetta.»

«Tutti quei pericoli per una ricetta? Chissà come si sarà incavolato il samurai!»

 

«Ma era una ricetta speciale. Era la ricetta del sacro tempura, il cibo che dà la felicità.»

 

24 Commenti

  1. KittyGiulia
    12 giugno 2008

    bravissimo Inachis!! ma l’ho letto solo io questo racconto?! in realtà l’ho trovato per caso..il che è un peccato perchè è proprio bello…dai mettilo in bella vista! ciao ciao

    Rispondi
  2. inachisio
    12 giugno 2008

    L’ho appena pubblicato e tu, come un falchetto, lo hai beccato. Spero che lo leggeranno altri… ci ho messo un sacco a scriverlo!!!

    Inachis

    Rispondi
  3. KittyGiulia
    12 giugno 2008

    ovviamente! nn che io nn abbia nulla da fare..anzi…avrei da fare eccome..ma mi è sorto il dubbio che avessi perso qualche racconto perchè “carta fedeltà” non era presente nella lista principale..così ho trovato “tempura”..e poi lo aspettavo dopo la precisazione su “mezzo litro di panna”..vedrai che lo leggeranno in tanti..

    Rispondi
  4. inachisio
    12 giugno 2008

    Hai ragione devo aggiornare l’indice. Anche io lavoro e si fatica a trovare il tempo. Però come mi diverto con questo blog!!!

    Inachis

    Rispondi
  5. Grasside
    12 giugno 2008

    Che dolce…veramente un bel finale… *_*

    Rispondi
  6. LetyM
    13 giugno 2008

    complimenti…ho letto questo bellissimo racconto con molto interesse….che dire?

    una bella tentazione …certo..ma spesso le belle tentazioni non sono mai quelle giuste o quelle che ci rendono felici.

    ciao Inachis…di nuovo i miei complimenti!

    Rispondi
  7. EssereAplysia
    16 giugno 2008

    Riflessivo, contraddittorio, spiazzante…proprio come il pensiero femminile!

    Rispondi
  8. collezionavo
    18 giugno 2008

    Eccomiiiii..finalmente ..mannaggia a me ..son riuscita aleggere tutto d’un fiato ..il tempura..

    dopo l’acquolina in bocca del primo approccio (quel piatto deve essere delizioso)..son rimasta incantata nei pensieri…bloccata..per uscire dal personaggio ho dovuto schioccare le dita..caspiterina…bellissima rappresentazione della debolezza umana….kiss M.

    Rispondi
  9. KittyGiulia
    28 luglio 2008

    http://kitty

    [..] Milano Ho trascorso 2 giorni nella bella Milano..viaggio non previsto ma interessante..non molto culturale cosa che mi è un po’ dispiaciuta ma vabbè.. -gli scriccioli si avvicinan [..]

    Rispondi
  10. ocramasil
    23 ottobre 2008

    ..che mente la tua…!!!senza eguali!!

    Rispondi
  11. MissEnne
    30 novembre 2008

    Carino. Anche se, visto il blog, m’aspettavo qualcosa d’un pò più piccante.

    Rispondi
  12. inachisio
    30 novembre 2008

    Ci sono anche quelli più piccanti. Ma mai harissa, al massimo pizza alla diavola.

    ;-)

    Rispondi
  13. MissEnne
    30 novembre 2008

    Oh beh, io invece sono del parere che o tutto o niente.

    Indicamene qualcuno, comunque.

    Rispondi
  14. inachisio
    30 novembre 2008

    Non so se soddisferò o tuoi gusti, ma per fortuna seguo un mio progetto senza la pretesa di piacere a tutti…

    Prova a leggere

    Il piacere è tutto tuo, Mezzo litro di panna o Il numero perfetto.

    Però, ripeto, forse non incontrerò i tuoi gusti. Ho trovato talmente tanti blog di autori uomini che scivolavano nel porno che mi sono buttato sul “post-erotico”, come spiego altrove nel blog.

    Infine, last but not least, grazie per i commenti perché è sempre un piacere quando qualcuno ti legge, che tu piaccia o no.

    Inachis

    Rispondi
  15. MissEnne
    30 novembre 2008

    Voglio sottolineare che non vado in giro per i blog aspettandomi qualcosa di porno, sia ben chiaro.

    Ho semplicemente detto che, data l’impostazione apparente del blog, dato l’inizio del post, mi sarei aspettata una fine diversa, tutto qui.

    Non ho gusti particolari, per quanto riguarda la lettura. Leggo ciò che ritengo ben scritto e interessante. Questo racconto lo era, quindi m’ha fatto piacere leggerlo.

    Rispondi
  16. forty
    2 dicembre 2008

    che cazzo! questo racconto è letteralmente un ‘coito interrotto’.

    gradevolissimo, complimenti.

    certo, Lei ha le idee confuse. e Lui che l’aspetta a casa, ancora di più. poveretti loro. secondo me era meglio se la scopata se la faceva, senza stare a farsi tante menate!!

    Rispondi
  17. Satine
    3 settembre 2009

    Questo l’ho letto varie volte ed è il mio preferito.
    Mi sono accorta che mi piacciono più quelli incentrati sul gusto…
    Tempura, mezzo litro di panna, il gioco… trovo che il gusto come senso sia estremamente erotico.
    Inachis, attendo racconti nuovi! ;-)

    Rispondi
  18. inachisio
    3 settembre 2009

    E’ vero: questo racconto è anche uno dei miei preferiti, forse perché mi immedesimo nel papà o perchè adoro il tempura o perchè cucino spesso.
    Cibo e eros è un bel connubio!
    Grazie anche per l’incoraggiamento a scrivere: spero di farlo presto! E meno male che tu rileggi i racconti, altrimenti non terrei il ritmo!

    Rispondi
  19. Lust
    20 maggio 2011

    “non voleva fare sesso con un uomo che avrebbe pensato solo a se stesso. E che, se…. l’avrebbe fatto per farsi dire quanto era bravo, attento, esperto.”

    Questo è il passaggio che preferisco.

    Rispondi
  20. stelika
    27 luglio 2011

    bellissimo!!!!!!!!!

    Rispondi
  21. Anaea Basilia
    3 maggio 2012

    Molto appetitoso, complimenti!!!

    Rispondi
  22. akuabrillante
    11 ottobre 2012

    Mi é venuta una fame…….ma non so di che!!!!! (*_*) Una lettura da gustare…

    Rispondi

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