Il blog di Dire Fare l'Amore

Octo Pussy [racconto erotico]

Come mi sia venuta l’idea, non lo so. Se è venuto bene, questo racconto erotico, nemmeno. Lascio giudicare a voi. Io ho chiuso gli occhi e mi sono buttato. Buona lettura

OCTO PUSSY

Le Rêve de la femme du pêcheur - Hokusai - 1814

Le Rêve de la femme du pêcheur – Hokusai – 1814

Avevo lasciato Stella ancora addormentata ed ero uscito in silenzio dalla piccola casetta di legno affacciata sul mare che avevamo affittato per l’estate. La porta aveva scricchiolato mentre la richiudevo, così mi ero fermato, immobile, a controllare che il cigolio non l’avesse svegliata. Il suo corpo liscio e scritto – Stella si rasava ogni giorno il cranio e le sopracciglia, depilava completamente il pube, conduceva una battaglia di posizione nella quale l’inchiostro dei tatuaggi contendeva terreno ai peli – ondeggiava al ritmo del respiro. Indossava gli slip di un costume da bagno bianco dall’elastico slabbrato che si confondeva con il lenzuolo. La pelle abbronzata e i suoi disegni risaltavano su tutto quel bianco ricordando un arazzo. Avevamo fatto l’amore fino al mattino lasciando che la stanchezza rallentasse le sensazioni dilatandole come in un’eco. Non ero più riuscito a prendere sonno: guardarla dormire, respirarne il profumo, mi aveva ridato energie. Osservavo incuriosito il suo insensato pudore: facevamo il bagno nudi nella piccola caletta in cui non veniva mai nessuno, nudi ci muovevamo per casa, ma Stella dormiva coperta. Era una donna che ribaltava convenzioni.
Allora mi ero alzato. Avevo disceso i gradini – tre blocchi di granito rosa grossolanamente squadrati – ai piedi dei quali avevo lasciato la maschera, il boccaglio e le pinne.
L’acqua era gelida e immobile nella calma dell’alba. Mi ero immerso cercando di non disturbarla, come fossi un ospite. Avevo nuotato verso la boa rossa a cui il proprietario della casa teneva ormeggiata una barchetta a remi che era la meta preferita delle nostre nuotate. Ci aggrappavamo dopo aver fatto a gara a chi arrivava prima. Chi perdeva pagava pegno. Vinceva sempre Stella. A volte ci arrampicavamo sopra e mi chiedeva come penitenza di farle l’amore mentre lei si lasciava cullare dal dondolio della barca.
Dal grillo arrugginito della boa scendeva sul fondo una catena incrostata di balani. Trattenendo il fiato nei polmoni l’avevo seguita fino alla base di cemento. Alcune occhiate di media grandezza si aggiravano in cerca di cibo.
Ricordavo che sotto una roccia poco distante aveva tana un polpo. L’avevo cercato, scendendo una, due, tre volte. Alla quarta ne avevo intravisto gli occhi globosi, la testa mimetizzata tra le alghe. Erano state necessarie altre tre immersioni prima di riuscire a catturarlo. L’animale si era subito avvinghiato al polso; le ventose mi succhiavano la pelle. Avevo nuotato fino alla riva, stringendolo nel pugno e sentendolo risalire lungo il braccio. Lo avevo infilato in un sacchetto di plastica e mi ero asciugato al sole.
Rientrando in casa con meno cautela di quando ero uscito avevo appoggiato il sacchetto sul piano di assi che faceva da tavolo e avevo messo la caffettiera sul fornello a gas. Il sacchetto si muoveva con lenti spostamenti circolari. La plastica azzurra scricchiolava mentre il nodo ondeggiava come uno chignon.
Seduto su una delle due sedie impagliate della cucina, aspettavo salisse il caffè e osservavo Stella dormire. La luce filtrava dalle persiane dando alla casa un aspetto meno dimesso.
Stella precedette di poco il caffè. Me la ritrovai in piedi accanto a me, immobile e già del tutto sveglia. Prese la sedia libera e la portò dall’altro lato del tavolo. Ci si sedette in una posa scomposta. Intanto servivo il caffè.
Stella non parlava. Io pure tacevo. Non parlavamo mai al mattino, specie dopo l’amore. Parlavamo, semmai, a gesti. Non era raro che appoggiasse la tazzina e riprendesse ad amarmi lì, a cavallo della sedia, scostando appena il costume per farmi posto. Altre volte, senza dire una parola, si inginocchiava ai miei piedi e si piegava in avanti, concentrata e attenta sul suo compito, fino a quando lo scricchiolio della sedia cessava.
Versai il caffè in due tazzine spaiate. Stella bevve il suo in un fiato mentre io sorseggiavo lentamente.
Allungò la mano verso il sacchetto, lo afferrò dai manici e se lo appoggiò sulle cosce. Con le dita sottili districò il nodo e fece scivolare dentro una mano. Un rivolo di acqua nerastra le colò sulla gamba, da questa sull’impagliatura della sedia, quindi si raccolse in una piccola pozza a terra. Il sacchetto ebbe un fremito. Potevo immaginare il polipo, tramortito dall’anossia, reagire e dibattersi. Vidi un tentacolo affusolato arrampicarsi sul polso di Stella.
Lei mi fissava e intanto, lentamente, afferrava il polpo nel sacchetto, lo sfilava lasciandoselo sgocciolare sul petto, rigato di lacrime grigiastre. Amavo i suoi eccessi improvvisi, la sua assoluta mancanza di premeditazione. Lo sollevò davanti ai miei occhi come Salomè con la testa di Giovanni Battista. Non senza fatica lo liberò dalla mano su cui si era inerpicato. Poi se lo appoggiò sul cranio senza smettere di guardarmi. La trovavo affascinante con quella nuova capigliatura gelatinosa e instabile. Lei se ne accorse e rise. Il polpo le scivolava sulla faccia, la avvolgeva sudicio e impudico mentre con i suoi tentacoli viscidi le esplorava il volto. Ne vidi uno cercare la narice, un altro insinuarsi tra le labbra. Stella lo succhiò con la lingua, sputò una saliva schiumosa che sapeva di mare. Intanto non smetteva di fissarmi e dopo poco iniziò a dondolare lentamente il bacino. Mi ricordò la piccola barca a remi, ormeggiata alla boa rossa.
Il polipo prese a scivolare di lato, lungo il serpente tatuato sul collo, fino ad allargare i suoi tentacoli sul disegno del teschio della spalla, frugandone le orbite e i seni nasali. La pelle si copriva degli umori lucidi dell’animale. Con un movimento lento della mano, Stella ne guidò la discesa, sollevò il bacino mentre il palmo lo schiacciava a sé e lo attirava al petto. Potevo vedere il seno avviluppato dai tentacoli che lasciavano piccoli bolli rossi sulla pelle mentre il capezzolo scompariva sotto la testa sferica, risucchiato dalle ventose. Stella emise un gemito, socchiuse gli occhi, ma dalla fessura delle palpebre brillava la luce della pupilla che mi fissava.
Il polpo le stava facendo male, avrebbe potuto morderla con il becco, farla sanguinare, addirittura mutilarla. Invece si avvolse in due spire strizzando la mammella alla base e facendo gonfiare la punta. Un altro grido, poi Stella lo afferrò con entrambe le mani e lo spinse giù, verso il bacino, lungo la linea del ventre. I tentacoli si staccarono con uno schiocco dal petto per poi sciogliersi nuovamente in mezzo alle cosce. Accomodatosi sul Monte di Venere, l’animale prese a insinuarsi nelle pieghe. Esplorava affamato il nuovo habitat in cui si trovava.
In un rapido movimento, quasi cercasse rifugio nella grotta dalla quale lo avevo cacciato, scomparve poi oltre l’orlo del costume. Stella scivolò in punta di sedia, spalancò le cosce mentre le mani accompagnavano la suzione del polpo e una pozza salata si allargava ai suoi piedi. Fece scivolare le dita nel costume intrecciandole in una danza ritmica, assecondata dal bacino. Dal triangolo logoro dello slip i tentacoli si allungavano lungo le cosce, per poi ripiegarsi a ricciolo verso l’interno, e ancora distendersi e raccogliersi. Stella congiunse le mani al centro del pube. Impossibile dire se fosse lei a guidare il polpo, o l’animale a condurre lei al piacere: crescevano insieme, come un’onda, gonfiandosi e scivolando l’uno nell’altra. Una macchia nera si allargò al centro del costume, scivolato a mezza coscia, colò lungo le gambe come rimmel sbavato. Stella gridò – un gemito prolungato e profondo proveniente dai polmoni -, inarcò il bacino e si lasciò ricadere sulla sedia, bagnata di sé, del nero di lui, del mio sguardo.
Per un lungo istante tutto rimase immobile e silenzioso.
Ascoltai il respiro di Stella calmarsi e sintonizzarsi sul mio.
Poi si alzò in piedi, il polpo in mano che le ricadeva lungo il fianco. Si avvicinò alla porta e l’aprì con un piede. Nel violento controluce del sole, la sua sagoma scura afferrò con forza l’animale e lo scagliò ripetutamente sulla pietra dei gradini, una, due, dieci volte. Lo batteva con metodo e determinazione. Il braccio percorreva un arco perfetto che terminava con un ciack leggero e, nella sua corsa, lasciava una via lattea di gocce brillanti nel cielo.
Rientrò in casa, frugò nella madia della cucina e ne estrasse una pentola di alluminio con il coperchio. La riempì al lavandino, ci mise dentro l’animale e la appoggiò sul tavolo.
Mi guardò sorridendo, si sfilò il costume buttandolo di lato e mi disse correndo fuori dalla porta:
- L’ultimo che arriva alla barca lo pulisce!

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E ora, per chi si fosse ingolosito, una selezione di ricette col polpo da CIBVS, aggregatore di food blog
CIBVS – Polpo

6 Commenti

  1. Stella
    19 luglio 2013

    Mi sento onorata di aver prestato il nome alla protagonista. Comunque sì, un po’ mantidi religiose lo siamo tutte.
    E dimmi, non devi qualcosa anche a Ian Fleming?

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    • inachisio
      19 luglio 2013

      Ehm, avevo pensato a “Stella” per via della stella marina :)… A Fleming devo molto, non solo il titolo

      Rispondi
      • Stella
        27 luglio 2013

        mi riferivo a si vive solo due volte, l’ultimo sicuramente di Fleming. C’è il Giappone, c’è la ragazza che pesca le perle, e c’è anche, alla fine, lui che, come tutti gli uomini, è un po’ rinco ;)

  2. Laura
    30 luglio 2013

    È abbastanza repellente da attrarre per scorrere le righe anticipandone le scene, come un film horror che non è il tuo genere ma incuriosisce. Il fatto poi di essere un racconto breve lo esalta e gli dà la giusta dimensione e struttura. Mi rammenta la realtà fantastica, onirica e sensuale di Moebius. Dovessi disegnarlo lo immaginerei così. A me è piaciuto.
    Certo, il polpo fresco al timo e lime in una sera d’estate…

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    • inachisio
      30 luglio 2013

      Certo, il polpo fresco al timo e lime, sapendo come è stato “usato” il polpo… :)

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  3. Astrid Iridea
    11 agosto 2013

    Inquietante e sensualissimo.
    Scrivi davvero bene, sai? Tornerò a leggerti

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