Il blog di Dire Fare l'Amore

Insonnie [racconto erotico]

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INSONNIE. racconto erotico

Piedino no, dai. Non si usa più dagli anni ottanta. Se proprio vuoi farmi capire che ti interesso, lanciami un’occhiata, una di quelle che sai fare tu, che sembrano restare aggrappate come un uncino a una parete di ghiaccio.
Nemmeno mi avessi letto nella mente, allontani il piede dal mio e, composta, lenta, stacchi un pezzetto di torta con la forchetta e la porti alla bocca. Sorridi.
Ed ecco, precisa, l’occhiata. L’hai lasciata partire subito dopo aver guardato tuo marito che aveva fatto una battuta. È una persona gentile, sta facendo di tutto per mettermi a mio agio: mi chiede del lavoro, del viaggio, racconta aneddoti leggeri, che tu ascolti dando a vedere che li conosci a memoria, ma che ti fa piacere che lui sfoderi il repertorio familiare per me. Di tanto in tanto ti guarda, e nei suoi occhi passa un lampo di paura.
La tua occhiata è il volo di uno stormo di passeri: si alza dal ramo su cui era poggiato, fa un ampio volteggio nell’aria e si appoggia su un nuovo albero. È un gesto evidente, non è possibile che lui non lo abbia colto. E infatti mi guarda, se non altro per non passare per fesso. Siamo due alberi in un prato, io e lui, consapevoli di poter dare ospitalità a chi migra verso terre molto lontane, ogni tanto il vento ci scuote e ci alleggerisce di qualche foglia morta.

Di me so che mi trovo meglio con le persone che conosco poco. È come se fosse l’inizio di un viaggio, contengono una promessa non ancora delusa. Tra queste, quelle che preferisco sono le persone con le quali si crea subito un clima di sfacciata sincerità, come se entrambi sapessimo che nulla è dovuto e che, ancora, non c’è nulla da perdere. Si litiga o ci si ama. Spesso le due cose insieme. È qualcosa che non si può programmare, o c’è o non c’è. Quando c’è, va vissuto. Ecco spiegato perché sono qui, al tavolo di una trattoria, in tua compagnia e alla presenza di tuo marito.
Non immaginavo ci sarebbe stato. Quando hai detto “ceniamo insieme?”, ho creduto intendessi noi due. Solo davanti alla porta del ristorante – ero arrivato in anticipo e battevo i piedi per il freddo quando ti ho vista passare in auto alla ricerca di un parcheggio, il sedile del passeggero occupato da un uomo scuro di capelli – ho realizzato che non ci eravamo capiti. Così mi sono adeguato alla nuova situazione, mi sono detto che probabilmente avevo frainteso anche il tuo invito “puoi dormire da me, mia figlia va da un’amica”. Ho riportato la conversazione su binari più sicuri e mi sono preparato a una serata piacevole seguita da una notte di riposo. Domani lavorerò tutto il giorno nella tua città, sarà meglio essere in forma.
Durante la cena mi è venuto anche da sorridere pensando come il desiderio a volte porti a fraintendere. Ho ripensato a frasi che ci eravamo scambiati e le ho trovate molto più neutre e inoffensive di quando le avevo lette con la mente eccitata.
Il respiro si è stabilizzato. I pensieri si sono placati.
È stato in quel momento – lo avevi previsto, calcolato? – che ho sentito il tuo piede toccare il mio, poco sopra la scarpa.
“Piedino no – ho pensato –, non si usa più”.

Dopo quello scambio di sguardi, è scesa una strana quiete. Ciascuno probabilmente faceva le proprie considerazioni su ciò che stava accadendo. L’aria si caricava di energia potenziale. Il cameriere ha rotto il silenzio chiedendo se qualcuno prendeva il caffè. Un nuovo giro di sguardi, poi tu hai detto: “ma no, andiamo”.
Abbiamo indossato i cappotti più velocemente di quando li avevamo sfilati, ritrovato l’auto nella via accanto, in pochi minuti eravamo da voi.
Mi hai fatto fare il giro della casa mentre tuo marito trafficava in cucina. La vostra è una camera piuttosto spoglia ma con una parete di un rosso vivace e due comodini stracolmi di libri. Noto subito un grande specchio sul muro di fronte. Accanto alla vostra, una cameretta da bambina. “E questa è la tua stanza”, hai detto indicando il letto appoggiato alla parete.
Poi siamo tornati in sala, anche tuo marito era lì. Gentile, ha indicato il mobiletto degli alcolici e ha chiesto: “un ultimo giro?”. Ho ringraziato con cortesia, ma preferivo andare a letto e arrivare in forma a domani.
“Capisco – ha risposto -, allora ci vediamo a colazione alle otto”.
“Usa pure tu il bagno”, hai aggiunto. Ed è stata la nostra buonanotte.

Nel letto mi giro, cercando la posizione più comoda per leggere. Da quanti anni non dormivo in un letto singolo? Ogni tanto mi sfuggono una gamba o un braccio fuori dal bordo, ho paura di cadere per terra durante la notte. Ora che vivo solo, mi sono abituato a dormire a X al centro del materasso e qui mi sento su una scialuppa insicura.
Leggo alcune pagine, mentre sento la casa farsi silenziosa. Ogni coppia ha le sue routine, e mi diverto a immaginare le vostre dai rumori che capto nell’aria: lo sciacquone di un water, la doccia, porte che si chiudono, voci basse. Sono attratto morbosamente dall’intimità delle persone, mi piace collezionare indizi e da questi immaginare vite e abitudini. Le abitudini sono la vera identità di una persona.
Il mio letto appoggia per il lato lungo alla parete che mi divide dalla vostra stanza. Dieci centimetri di mattone forato e uno strato di intonaco per parte. Non ostante la vicinanza, mi arriva soltanto silenzio, così, per avere una sorta di conferma, appoggio l’orecchio alla parete.
Sulle prime avverto solo un ronzio, poi distinguo due voci, un bisbigliare indistinto. Peccato, avrei ascoltato volentieri i vostri commenti sulla serata. Magari tuo marito ti avrebbe rimproverato di aver fatto la civettuola con me, o ti avrebbe chiesto spiegazioni su questo improbabile invito.
Invece, nella foresta di sillabe che non riesco a decifrare, sento snodarsi una risata, certamente tua. Poi dei “no, dai”, e altre parole sfocate. Il tono sta montando, e qualche rumore del letto mi dice che avvengono cambi di posizione: magari ora siete faccia a faccia, ridete negli occhi, o forse vi scambiate il bacio che precede il sonno.
Riprendo il mio libro, ma presto lo devo appoggiare perché ora, attraverso la parete, arrivano suoni più distinti. Non è ciò che speravo per questa serata, ma devo arrendermi all’evidenza: state facendo l’amore e io non riuscirò a prendere sonno.

Assistere al piacere degli altri senza potervi partecipare è una tortura che può prendere senso soltanto in due casi: se questo fa parte di un gioco, di un patto, di una qualche forma di voyeristica intesa reciproca, oppure se ad un certo punto si viene invitati a unirsi. Da come si stanno mettendo le cose credo di poter escludere entrambe le evenienze, e per questo motivo la circostanza mi pare odiosa. È come essere legati, mentre un boia crudele si accanisce senza che io possa opporre resistenza: ad ogni rumore, ad ogni gemito mi si formano in testa immagini mentali, un film a cui sono costretto ad assistere mio malgrado, e al tempo stesso affascinato in modo irresistibile dalle scene che si svolgono davanti a me.
Ti immagino guardarmi con quel sorriso che mi hai riservato a cena, e intanto vedo le mani di tuo marito stringerti i fianchi mentre ti prende. Da sopra alla tua testa ora anche lui mi fissa con sguardo di rivincita. Nel vigore che mette, e di cui ho conferma ora nella ritmica progressione dei cigolii, c’è tutta la rivalsa per quell’attimo in cui lo stormo di passeri aveva spiccato il volo e scelto un nuovo ramo.
Ora, come se non bastasse, stai liberando nella stanza dei gemiti acuti, crescenti; chiami tuo marito, lo inciti, lo sproni, esigi forza e ritmo. Ho smesso di resistere e abbandonato il tentativo di ignorarvi, sto quasi pensando di toccarmi per trovare un minimo di sollievo, quando mi affiora un altro pensiero: non è possibile che tu non stia pensando a me, oltre quei pochi centimetri di mattoni e cemento. Forse questa promiscuità ti eccita, o magari sono vittima di un gioco che stai facendo con tuo marito: invitare uno sconosciuto a cena, flirtare un po’, e poi in camera da letto ritrovare complicità ed entusiasmo. Del resto ricordo che in un paio di occasioni mi avevi detto che la vostra relazione era ad alti e bassi. Anche se però avevi aggiunto che questo era un buon periodo.
Questa idea mi mette un certa rabbia e mi fa passare la voglia di godere. Riprendo il libro con mano nervosa, quando sento un gemito più forte dei precedenti, un ultimo cigolio, e poi silenzio.

I rumori del dopo sesso portano spesso una sensazione di fretta, come un bisogno di rimettere a posto alla bell’e meglio una stanza. Non fanno eccezione i vostri, per quello che riesco a sentire: bagno, porta, luce che si spegne.
Sollievo. Provo a dormire anche io, ora. Ormai è tardi e non dovrei faticare a prendere sonno, non ostante il nervosismo. Chiudo gli occhi, ma non riesco a scacciare il ricordo del tuo sguardo. L’intuito mi dice che era uno sguardo vero, diretto, complice. Non c’era falsità o malizia: era proprio uno sguardo-alla-scopami-qui-ora.
E se mi fossi sbagliato? Se questa performance fosse in realtà un invito per me?
Mi tiro sedere sul letto, poi mi alzo e mi avvicino alla finestra, la apro: ho bisogno di pensare e una boccata di aria fresca mi aiuterà. La notte è avvolta in un silenzio profondo. Dalla vostra stanza arriva, quasi più forte dell’orgasmo di qualche minuto fa, il grugnito inconfondibile di un uomo che russa profondamente. Tuo marito deve essersi addormentato.
Ora ho sete. Apro con delicatezza la porta e scivolo in cucina alla ricerca di un bicchiere. Mi muovo a tastoni perché non voglio accendere la luce e magari svegliare tutti. Non mi accorgo della tua presenza, eppure sei lì, appoggiata al tavolo di marmo. Per qualche motivo non ne sono stupito: è come se tutto seguisse una sua logica. Indossi un pigiama di lana: niente lingerie o camicie da notte di seta. Sei semplicemente una donna che, nel cuore della notte, va in cucina a prendersi un bicchier d’acqua. E così, senza un motivo, si appoggia al tavolo con entrambe le mani.
Non ostante il buio, giurerei di averti visto sorridere. Mi avvicino e ti sussurro all’orecchio: “stronza, ti piace farmi soffrire…”.
Tiri indietro il capo, e ora sì, sono sicuro, sorridi.
“Non ho nemmeno goduto. Ti aspettavo”.
“Dovrei crederci?”
“Scopami”.
Questo sì, lo faccio. Per la voglia repressa della notte, per la circostanza surreale in cui mi trovo, e anche per quello sguardo della cena che non mi esce dalla mente. Sei già nella posizione giusta, abbasso solo un poco il pigiama e sono dentro di te.
Rispettiamo il silenzio, tratteniamo anche il respiro. Siamo così prudenti che il russare di tuo marito prevale sui nostri gemiti. Sento da come ti alzi sulla punta dei piedi, dal ritmo del fiato, che stai per venire e io pure mi preparo al piacere. Ti stringo i capelli costringendoti ad alzare la testa, l’orecchio vicinissimo alla mia bocca per ricevere la resa del mio orgasmo.
Ma poi cambio idea, capisco il gioco in cui mi sono trovato e improvvisamente mi fermo. Ti sento sorpresa, dovevi essere proprio sul crinale, a un passo da. Ti rialzo i pantaloni e avvicinandomi all’orecchio ti ordino: “a nanna ora, fai bei sogni”.
Una pacca leggera sul sedere ti indirizza verso la stanza. Io raggiungo la mia.

Ora, sono sicuro, siamo in due insonni nel letto. Tenuti svegli dal desiderio interrotto, dai pensieri, dalle voglie. Riprendo il libro, ma gli occhi corrono sulle frasi senza trattenere nulla di ciò che leggono. Lo poso. Appoggio l’orecchio al muro e credo di sentire i tuoi movimenti. Forse fatichi a prendere sono, ti rigiri nel letto. Mi compiaccio di questo pareggio che in qualche modo ti ho imposto.
Sento una porta aprirsi e richiudersi piano. Poi un’altra, e questa seconda è la mia. Entri camminando piano ma sicura, si vede che è una stanza che conosci bene e nella quale sei entrata mille volte di notte in silenzio. Ma oggi è tutto diverso e ho un sussulto quando sento la tua mano sul viso. Appoggi un dito sulle labbra, mi ordini di fare silenzio. Poi, con un movimento fluido, scivoli sotto la coperta e mi prendi in bocca.
La tua lingua è come l’ho immaginata per buona parte della cena: morbida e avvolgente, hai un ritmo deciso, una sorta di economia del gesto per la quale nessun movimento, nessun passaggio è inutile, ma tutto è orientato a farmi perdere la testa e il controllo nel più breve tempo possibile.
Succede esattamente così, e mentre mi contraggo imploro di farmi venire subito, di liberarmi dalla tensione di questa notte ormai troppo lunga. Devi aver colto il momento preciso in cui sto per lasciarmi andare, perché appena un attimo prima ti sfili, ti sollevi, rincalzi la coperta e mi dai un bacio sulle labbra.
“Dormi bene, a domani”, mi sussurri. Esci. Richiudi la porta. Torni a letto.
Devono essere le tre, forse le quattro. Impossibile prendere sonno ora. E sarebbe troppo facile finire da solo.
Prendo il telefono, vedo se sei in linea, vorrei mandarti un messaggio, tenderti un tranello. Nulla. Appoggio l’orecchio al muro. Nulla.
Non mi resta che alzarmi, tornare in cucina sostando prima davanti alla vostra stanza. Ancora nulla. Vorrei aprire la porta, mettere dentro la testa, ma quando sto per farlo, nel momento in cui sollevo la mano per metterla sulla maniglia, sento il rumore del letto che si flette.
Appena in tempo torno in cucina, nel punto esatto in cui ci eravamo trovati prima. La porta si apre e una gamba si fa strada nell’intercapedine. Tuo marito scivola in corridoio e, senza fare caso a me, entra in bagno. Lo sento pisciare, con la porta aperta, e all’improvviso questa intimità mi pare superiore a quella avuta finora. Trattengo il fiato mentre, senza tirare l’acqua o richiudere la porta, torna verso la stanza.
Di colpo si ferma. Indugia. Si volta su se stesso ed entra in cucina, accendendo la luce.
“Buongiorno”, mi dice come se non ci fosse nulla di strano nel trovarsi insieme lì, a quell’ora. Le vicissitudini attraversate fanno sì che abbia ancora un’erezione piuttosto visibile in corso.
Lui sembra non farci caso, ma vedo il suo sguardo passare da lì ai miei occhi. Sorride.
“Cercavo un bicchiere”, cerco di dire.
Ne prende uno sul piano del lavandino, a pochi centimetri da me, e me lo porge.
“Liscia o gassata?”, chiede aprendo il frigo.
“Avresti del latte?”.
Ne versa per me e per lui. Nel cuore della notte, beviamo il nostro bicchiere da insonni in piedi, appoggiandoci di tanto in tanto al tavolo che conserva ancora l’impronta dei tuoi palmi. Vicini in una complicità maschile del tutto inappropriata, ma in realtà più vera di quanto si possa immaginare.
“Notte”, dice dopo l’ultimo sorso.
“Notte”.
Lascia il bicchiere sul tavolo. Fa per allontanarsi e poi si volta.
“Ah, scusa per ieri sera. Non è un periodo facile e, quando c’è l’occasione conviene approfittarne. Spero che non ti abbiamo disturbato”.
Sto per dire che non li ho nemmeno sentiti ma sarebbe del tutto falso, così mi limito a un “è tutto a posto”.
Di nuovo ci dirigiamo verso le rispettive stanze, quando si accende la luce della vostra camera e ti vediamo comparire sulla soglia.
“Insomma, cosa succede qui?”, chiedi ridendo.
Indichiamo entrambi i bicchieri sul tavolo, come se fossero una giustificazione solida.
Tu ridi, ti avvicini e prendi tuo marito per mano. Poi prendi anche me e ci tiri verso di te.
“Se proprio dobbiamo stare svegli – dici – ci sarebbe di meglio da fare…”.

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