Il blog di Dire Fare l'Amore

Nodi [Racconto]

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NODI (RACCONTO)

Sì, certo, il mal di testa lo aveva messo in conto insieme al sapore metallico in una bocca secca, alla sete (quella fame di acqua fresca, ruscellante) e alla sensazione di poco equilibrio, fisico e mentale che sempre accompagnava le sue serate alcoliche. Inoltre, ad un livello per così dire di possibilità relativa, aveva considerato di non ricordare bene i dettagli del segmento terminale della serata, le ultime due ordinazioni, la camera in cui avrebbe dormito, l’eventuale presenza di una persona accanto nel letto.
Così Stefano lasciò scivolare una mano lungo la gamba, poi la fece scorrere ad arco nella parte sinistra del letto fino a toccare il cuscino. Ripeté l’operazione con l’altro braccio e si ritrovò nella posizione di un nuotatore a dorso. A destra e a sinistra il risultato era lo stesso: lenzuolo stropicciato, in alcune zone umido, letto vuoto. Questo poteva significare diverse cose: che avesse dormito da solo, che fosse stato in grado di masturbarsi per prendere sonno, che avesse dormito con una donna ora già uscita, con una donna ora in bagno, con una donna o un uomo, o con una donna e un uomo, con una persona qualunque che aveva poi ucciso a coltellate nella doccia.
Alzarsi a verificare era fuori discussione. Prima di scendere dal letto e orientarsi Stefano aveva un bisogno urgente: dare un nome alla sensazione che sentiva premere da qualche parte nel cervello, in uno strato più profondo della corteccia delle prevedibili certezze e di quella delle probabili possibilità.
Si sollevò sulle braccia e appoggiò la schiena alla testata del letto. Aprendo gli occhi ringraziò la parziale oscurità rotta solo da una lama di luce che filtrava sotto la tapparella e dai led della sveglia, della tele, della spia antincendio sul soffitto, del blackberry che segnalava messaggi in arrivo.
Lasciò vagare lo sguardo per la stanza, prendendo nota degli indizi. Li classificava via via in comprensibili e incomprensibili.
Pantaloni, calze, camicia sul pavimento (indizio comprensibile).
Bottiglia vuota rotolata sulla moquette verso il battiscopa (indizio comprensibile).
Preservativo usato, forse due, sul comodino, vicino a confezione di preservativi aperta (indizio comprensibile ma difficilmente interpretabile anche perché era sicuro di non averne con sé).
Letto di Paolo sfatto (indizio irrilevante).
Sensazione di serenità interiore (indizio incomprensibile).
Ricordava la serata fino al terzo Martini bevuto in compagnia in un locale rumoroso e affollato, poco lontano dall’hotel, una via di mezzo tra la ricostruzione di un pub e un ristorante fusion. Dannatamente buoni i cocktail, però. Ricordava anche i presenti, che non erano molti: Paolo, collega in trasferta con cui divideva la camera, Daniela, collega in trasferta su cui aveva delle non nascoste mire ma della quale non era in grado di interpretare le intenzioni, Alice, amica di Daniela che abitava in città e si era aggiunta per la serata, della quale non aveva contezza. Se non si erano aggiunti nuovi invitati, quella era la rosa sulla quale indagare.
Stefano respinse un conato di vomito, sperando che in qualche modo il gusto inacidito della serata che gli saliva in gola potesse richiamare qualche altro dettaglio. Prioritario scoprire con chi avesse passato la notte. Secondarie le altre circostanze.
Avvertì ancora quella sensazione di serenità così diversa dalle sbronze tristi a cui era abituato, che si intristivano ulteriormente nel caso in cui finissero condividendo il letto. Al riguardo Stefano aveva sviluppato la convinzione che il sesso da ubriaco fosse in assoluto il peggior tipo di sesso, dietro anche alla masturbazione da delusione e alla scopata compassionevole. Questo non gli impediva però di praticarlo ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione, avendo aggiunto alla sua teoria il corollario secondo il quale praticare un sesso inutile e triste dal retrogusto amaro e dai ricordi confusi fosse comunque preferibile a non praticarlo affatto e a ricordarsene con crudele lucidità. Ne conservava rassegnato i ricordi frammentari e amari, del tutto coerenti con i postumi fisici dell’hangover.
Prese con la punta delle dita uno dei preservativi come fosse uno di quegli amici che il giorno dopo una sbronza ti raccontano tutto ciò che hai fatto e ti mostrano anche le foto fatte a tua insaputa. Si accorse che era strappato ma asciutto. Ecco spiegato il secondo condom, che non esaminò. Si fermò in silenzio, ascoltandosi respirare piano e provando a individuare da qualche parte dentro di sé un frammento di ansia dovuto a qualche possibile incidente. Nulla. Anzi, un solletico di orgoglio al pensiero di essere stato in grado, da ubriaco, di indossare due volte un preservativo. Attribuì questa serenità alla strana sensazione di leggerezza che continuava ad avvertire con una certa sorpresa. Accanto alla scatola, lampeggiava il telefono. Lo prese. Scorse rapidamente a ritroso: mail, messaggio, mail, mail, messaggio della mamma, mail, messaggio di Paolo «guarda che noi andiamo», messaggio di Paolo «allora, ti sbrighi?», messaggio di Paolo «ti aspettiamo a colazione alle nove», mail di spam, newsletter di amazon, messaggio di Daniela «solo una parola, grazie». Ora del messaggio 2:34.
Stefano scattò in piedi sottovalutando le sue capacità di equilibrio. Si risedette. Rilesse il messaggio.
Ansia in aumento.
Serenità stabile.
Equilibrio assente.
Ricordò come tra il secondo e il terzo Martini la conversazione nel piccolo gruppo fosse diventata decisamente informale. Paolo scherzava con Alice e questo gli aveva dato modo di avvicinarsi a Daniela. Paolo ci stava provando spudoratamente, Daniela sembrava a disagio per l’amica e così Stefano sia era attestato su un contegno da gentiluomo interessato alla conversazione educata. Fuori sorrideva e dentro rosicava covando risentimento verso il collega. Daniela però sembrava apprezzare i suoi modi gentili e come il ghiaccio nel bicchiere si scioglieva lentamente con progressivi avvicinamenti del braccio e dello sguardo. Stefano non aveva potuto non pensare a quanto lei fosse sempre gentile n ufficio ma al tempo stesso trincerata dietro una linea di difesa che non superava mai, cosa sulla quale si era arrovellato per ore cercando un’interpretazione. La colpa, aveva concluso, era stata della riunione dei capi area dello scorso semestre. Stefano aveva fatto un intervento autorevole, pacato, ben documentato che Daniela, appena arrivata e meno esperta, aveva seguito senza togliergli gli occhi di dosso. Stefano se ne era accorto e aveva rischiato un paio di volte di perdere il filo e in un’occasione di ignorare il testo scritto per rivolgersi direttamente a lei. Era sceso dal palco sicuro che tra loro fosse passata una corrente elettrica, un sottopancia alternativo che dava un significato più profondo alle parole che aveva pronunciato.
«Queste cose succedono, si era detto; i colpi di fulmine, le intuizioni improvvise, le preveggenze sessuali, esistono davvero. Quando accadono te ne accorgi e ora, proprio ora, è successo».
Si erano ritrovati come per magia fianco a fianco al buffet. Avevano entrambi nella destra un calice di prosecco, nella sinistra un piattino. Simmetrici. Anche il vino era allo stesso livello, a un “meno due sorsi” dal bordo, già un po’ rilassati ma ancora padroni della situazione.
«Sono segni, sono segni, si era ripetuto. Simmetrie, neuroni a specchio, cose così».
Era stata Daniela a parlare per prima, ma Stefano aveva la bocca mezza aperta, stava per salutarla ed era stato anticipato di un soffio.
«Complimenti…»
«Cia…»
«Mi sei piaciuto molto. Davvero chiaro, preciso. Ne sai.»
Daniela parlava con gli occhi e con le mani. Lo guardava, poi iniziava una danza saltellando con lo sguardo sulla guancia (“sono sporco?”), sul collo (“ho fatto male la barba?”), da lì alle mani, i capelli (“forfora?”), il petto, una strisciata verticale che non aveva potuto non transitare anche sulla zona inguinale. Intanto lo toccava con piccoli sfioramenti, gli tirava un polsino, gli spostava il bicchiere dalla traiettoria visiva. Piccoli gesti.
Stefano l’aveva accompagnata al motorino e avevano parlato ancora a lungo: lei con il casco bianco e rosa in mano, lui con cuore in subbuglio. Della conversazione non ricordava una parola, erano stati su temi rassicuranti. Improvvise, nelle pianure comunicative che attraversavano insieme, si erano aperte delle strade, appena accennate, incipit di confidenze, risonanze, quanto bastava per aver lasciato Stefano e – supponeva- anche Daniela, con l’euforia di una confidenza incipiente e con l’intuizione di una una vicinanza possibile.

Il giorno seguente Stefano era arrivato in ufficio un po’ in anticipo, sbarbato con più cura, meglio vestito e carico di buon umore. La giornata era stata difficile e fino a metà pomeriggio era stato impossibile incontrarla. Aveva dovuto anche schivare le battute di Paolo a cui non era sfuggita la loro intesa del giorno precedente e cercare di offrire una credibile rappresentazione di distacco. Con una scusa era entrato nell’ufficio di Daniela verso le sedici. Le aveva mostrato un progetto che aveva appena steso e sul quale gli avrebbe fatto piacere un parere. Lei aveva ringraziato con molta cortesia «per la stima forse non meritata», si era appoggiata alla scrivania, incrociando le braccia sul petto. Sarà stato il seno spinto in fuori dal movimento, o forse le aspettative lievitate durante la giornata, fatto sta che Stefano non era stato in grado di cogliere i segnali che lei gli stava inviando. Aveva, diremmo, la caldaie sotto pressione e non era riuscito a fermare in tempo l’invito a cena che le stava rivolgendo. Daniela era arrossita, si era ritratta e aveva detto qualcosa che aveva a che fare con l’imbarazzo, alcune difficoltà logistiche e forse un’osservazione sul rispetto dei tempi che però era stata sommersa dalle scuse di Stefano.
Pochi minuti dopo era seduto alla scrivania intento a rivedere il replay della conversazione e a darsi del cretino, operazione che era proseguita per diversi giorni e con un crescente senso di smarrimento. Daniela infatti alternava momenti di grande vicinanza ad altri di cautela. Specularmente, Stefano passava dalla speranza allo sconforto, e gli sarebbe stato impossibile allora, a differenza di quanto stava accadendo nel bar (anche per via dei tre Martini, e di quella sensazione di libertà che danno le trasferte tra colleghi), dare un nome semplice a quel comportamento.
Mentre dunque Paolo sfoggiava il suo charme con Alice, Stefano sentiva Daniela farsi più vicina, più morbida e più indifesa. Una chiarezza sospinta dall’alcol si era allora fatta strada: l’imbarazzo che Daniela provava era dovuto a se stessa più che a lui, era il riflesso di un desiderio che la attraeva e al tempo stesso la impauriva.
Qui, esattamente su questa intuizione, si fermava il ricordo della serata, come il nastro strappato di una cassetta finito inghiottito dal registratore.
«Una metafora che denuncia tutta la mia obsolescenza», si disse provando a scendere dal letto. Peccato non riuscire a ricordare altro: più forzava il ricordo più aveva l’impressione di sentirlo arretrare, di perdere dettagli che poco prima dava per acquisiti. Gettò i preservativi – quello scoppiato e quello usato – nella pattumiera del bagno, rilesse per sicurezza il messaggio, aprì l’acqua della doccia.
La certezza gli venne lampante al contatto con lo schizzo bollente. Un brivido che dalla pelle – sentiva bruciare il pene, la pancia – si insinuava fino al midollo spinale, e da lì, lungo i fasci nervosi, all’ipotalamo e all’amigdala. Un fotogramma della durata di pochi centesimi di secondo, eppure nitido, contrastato. Spiegava gli indizi, la serenità che avvertiva dentro, spiegava ma non giustificava la colossale sbornia. Era certo: quella notte, dopo il bar, era rientrato – ancora non sapeva come – in camera, insieme a Daniela, un’altra bottiglia, quella vuota sulla moquette, un bacio, molti baci, il letto, i vestiti sparsi. Dovevano aver fatto l’amore recuperando l’attesa, anzi da questa stessa attesa ora incalzati: con foga e passione – il preservativo rotto -, quasi mangiandosi. Fino a quando il piacere li aveva travolti, più volte lei, una volta – documentata – lui, al più tardi verso le due e mezza. Lui era crollato nel letto e Daniela, senza fare rumore, o anche facendone visto il suo stato di beata incoscienza, aveva raccolto i vestiti, si era rivestita alla luce dei led della sveglia, della tele e dell’allarme anti incendio, ed era tornata in camera. Prima di addormentarsi, gli aveva inviato quel messaggio.

Ora però l’attenzione di Stefano era attratta dagli altri sms, quelli di Paolo. I colleghi dovevano aver già fatto colazione, forse erano ripartiti lasciandolo lì. Si sentì improvvisamente sveglio e pronto. Aveva voglia di ritrovare Daniela, di ringraziarla, l’avrebbe abbracciata e baciata, anche davanti a Paolo, tanto ormai la loro storia era pubblica e non doveva più nascondersi o usare prudenza. Si vestì impiegando la maggior economia di gesti, come fanno i maschi pigri e quelli affrettati, corse giù dalle scale e si precipitò nella sala da pranzo. Il locale era quasi vuoto, restavano diversi tavoli da sparecchiare. Una cameriera in abito nero prendeva le ordinazioni mentre alcuni ospiti si stavano servendo al buffet. Stefano individuò Daniela ad un tavolo circolare vicino a una grande finestra dalla quale entrava il sole deciso della mattinata. Era sola, indossava una camicetta chiara a maniche lunghe che non le aveva mai visto.
La salutò da lontano sorridendo, camminò veloce e la raggiunse; le passò un braccio intorno alle spalle, lo fece risalire lungo il collo stringendo delicatamente i capelli. Avvertì un brivido sulla sua pelle.
«Ciao testina», disse con sicurezza mentre prendeva posto al tavolo.
«Ciao! Dormito bene?»
«Un sonno pieno di sogni…»
Daniela sorrise: «Ti vedo allegro, infatti.»
«Felice.»
«Hai letto il mio messaggio, vero? Grazie ancora per ieri notte. Mi hai fatta sentire speciale.»
«Scherzi, vero? Sono io che dovrei ringraziarti…»
«Il filo…»
«Il filo alla lunghezza giusta.»
Questa cosa del filo era un po’ la loro parola magica. Qualche tempo dopo la conferenza dei capi area Stefano aveva invitato nuovamente Daniela a pranzo. Quando lei aveva rifiutato per la seconda volta, forse vedendolo scoraggiato, aveva aggiunto una spiegazione.
«Tra noi c’è un filo, e ci tengo a mantenerlo. Quando il filo si fa troppo lungo, mi manchi un po’, quando è troppo corto mi imbarazza.»
«Venire a pranzo con me ti imbarazza?»
«Mi imbarazza il dopo.»
«Non deve per forza esserci un dopo.»
Poi erano andati a pranzo insieme, anche se qualche settimana più tardi, e non c’era stato nessun dopo.
«Ma ora il dopo c’è», pensò Stefano mentre si serviva al tavolo lungo del buffet e lanciava di tanto in tanto occhiate verso Daniela che beveva lentamente il suo cappuccino. Gli veniva da sorridere: il dopo non era per nulla freddo come aveva temuto. Anzi, si sentiva leggero e da quello che poteva vedere anche Daniela era rilassata e a suo agio. Un nuovo Stefano, così diverso da quello incerto dei mesi precedenti sempre bisognoso di conferme. Abbondò nella colazione, riempì il piattino di brioches, fette di torta e frutta; nell’altra mano teneva in equilibrio un bicchiere di succo e uno jougurt. Tornò al tavolo.
«Ho fame.»
«Ci credo…»
«Allora, questo dopo? Non è così freddo…»
Il terribile “dopo-freddo”, la mano di ghiaccio nelle mutande, era il motivo che fino a quel momento aveva spinto entrambi alla prudenza: quella sensazione di vuoto inutile che – aveva spiegato in passato Daniela – senti dentro quando passa l’attrazione e ti ritrovi estraneo. «Sono veloce a fuggire», gli aveva confidato la sera della cena-senza-il-dopo. «E mi dispiacerebbe se succedesse con te.»
Stefano aveva esibito un sorriso di approvazione, citato esperienze pregresse in cui era accaduto esattamente così e che non avrebbe voluto ripetere per nessun motivo. Si era spinto fino a formulare una “teoria dell’orgasmo” secondo la quale, al momento del piacere, si ha come una consapevolezza cristallina di ciò che si sta facendo e si capisce se quella avventura aveva un senso oppure no. Validi motivi per tenere il filo alla giusta lunghezza, né troppo lungo né troppo corto. Specie non troppo corto.
«E invece…», accompagnò la frase con uno sguardo complice e diretto, prese la mano di Daniela, lei ricambiò la stretta. Si sentì incoraggiato a continuare:
«La cosa curiosa è che io non mi ricordo niente di questa notte! Nulla, zero. La memoria va fino al giro di drink al bar e poi…»
Daniela fece una faccia perplessa.
Stefano precisò. «Lo so che non è elegante dirlo, sono un cafone. Scusa. Però, beh, insomma… in qualche modo penso di poter ricostruire.»
Per sicurezza sorrise. Daniela ricambiò, ma in un modo come attenuato, educato.
«Poi hai detto anche tu che ti ho fatto sentire speciale.»
«Sei stato un signore.»
«Un galantuomo?»
«Un gentleman. Al contrario, se posso dirlo, di Paolo…»
«Appunto, dov’è Paolo?»
«Credo sia andato ad accompagnare Alice.»
«Alice? È rimasta qui?»
«Tu che dici?»
Daniela scoppiò a ridere. Una risata cameratesca, quasi tra maschi. Gli diede anche una gomitata e ammiccò: «Hai il sonno profondo allora…»
Nel conflitto tra alcol e caffè bollente, Stefano tentava di elaborare scenari in tempo reale: lui e Daniela, Paolo e Alice nella stessa stanza. Lui in camera di Daniela, Paolo nella loro con Alice. Tutti insieme in allegria. Qualcosa non quadrava.
«Vuoi dire che…?», indagò prudente.
Daniela non riusciva a smettere di ridere. Era ancora più bella con gli occhi luminosi e i capelli un po’ arruffati.
«Ho fatto qualcosa di strano?»
«Oh, no. Tu non hai fatto proprio niente.»
La risposta non lo rassicurò.
«Intendi dire che…»
«Ste! Davvero non ricordi?»
«Dammi un indizio.»
«E va bene…», Daniela continuava a ridere ma recuperava il controllo di sé. «Dopo il bar siamo risaliti, questo lo ricordi?»
«No. Risaliti chi, dove?»
«Tutti e quattro, siamo tornati in hotel. Paolo ha proposto di andare in camera vostra per un ultimo giro. Aveva una bottiglia di vodka, non so da dove l’avesse tirata fuori. Così siamo saliti, ci siamo seduti sul tuo letto, credo. Tu eri nel matrimoniale o nel singolo?»
«Nel singolo dormiva Paolo. Io nel matrimoniale.»
«Allora sì, nel tuo. La bottiglia ha fatto due o tre giri, ogni tanto si rovesciava un po’ di vodka sul letto. Eravamo decisamente sbronzi…»
«Oddio, comincio a temere il peggio…»
«Ma no, tranquillo, ti ho detto che sei stato un signore… Altrimenti, lo sai, sdeng, sui denti ti colpivo.»
«Continua.»
«Che dire? Paolo decisamente era su di giri, continuava a toccare Alice, faceva battute su noi due, ogni tanto allungava le mani anche su di me. Sai quelle situazioni fluide, molto fluide, che possono scivolare facilmente in una direzione o in un’altra?»
«E… è scivolata?»
Daniela buttò indietro i capelli. Stefano rivide la prima volta in cui si erano incontrati davanti all’azienda. Lei aveva spento il motorino, tolto il casco, riordinato i capelli con un gesto del tutto identico del capo. Gli era piaciuta subito e altrettanto subito aveva deciso di fidarsi del suo istinto e di cercare un contatto con lei.
«È ben per quello che ti ho scritto il messaggio ieri sera. Quando Paolo si è fatto più insistente, tu mi hai preso la mano, mi hai fatto alzare, e hai biascicato qualcosa a proposito del filo. Ovviamente ti ho capito solo io, gli altri ti hanno guardato strano.»
«…»
«Mi hai accompagnato davanti alla porta della mia camera. Mi hai dato un bacio leggero e poi ti sei messo a frugare nelle tasche… Io non capivo, credevo cercassi la chiave, anche se l’avevo in mano io. Del resto era la mia camera. Ma tu eri parecchio ubriaco, non potevo escluderlo. Dopo qualche minuto hai esclamato “Ero sicuro di averlo!”. Mi hai porto il pugno chiuso, ci hai soffiato sopra e lo hai aperto davanti a me. Hai detto solo. “Per te. Buona notte”.»
«Non ricordo nemmeno questo, dannazione… Cosa avevo in mano? Spero non un preservativo o qualcosa così.»
«Avevi questo.»
Daniela tirò su una manica della camicetta e gli mostrò il polso.
Un filo di lana rosso lo circondava, chiuso da un piccolo nodo.
Non troppo largo, non troppo stretto.

Foto di Tina Schumacher da flickr under creative commons

8 Commenti

  1. dopamina
    30 ottobre 2013

    Sei incredibile.

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  2. Elena
    11 novembre 2013

    Amo.

    Rispondi
  3. Elena
    7 gennaio 2014

    Era un po’ che non passavo di qui… ed è sempre un piacere. Bello questo racconto, ché a volte è proprio nella lunghezza giusta di quel filo, nell’intensità giusta di quel nodo che sta tutta la sensualità di stare accanto, e dentro.

    Rispondi
  4. Paola
    21 gennaio 2014

    solo tu sei capace di questo!! Un bacio

    Rispondi
  5. Maria
    22 gennaio 2014

    Ohhh. Mi hai emozionato

    Rispondi
  6. laura
    25 febbraio 2014

    noioso da morire ho letto dieci righe, ho cercato tra una parola e un’altra qualcosa che mi colpisse a random. Niente. Sono andata alla fine e ancora niente. NOIA PURA.

    Rispondi
    • inachisio
      25 febbraio 2014

      Leggere random non serve a molto. Mi spiace non ti sia piaciuto ma non è un problema: non si può piacere a tutti

      Rispondi

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