Il blog di Dire Fare l'Amore

In piedi [racconto erotico]

***********************************************

Foto di Othis

Perché le avesse chiesto di tenerle, le scarpe, e quelle soltanto, proprio mentre lei stava sfilando con cura il perizoma, in equilibrio sui tacchi come una cicogna trampoliere, non se lo era al momento domandato. Sorpresa dalla voce, autorevole, ferma, a ordinare «tienile», sottointeso le scarpe, quelle chiare con il tacco alto e fine che ci era anche voluto un po’ a imparare a camminarci sopra, aveva obbedito come se fosse naturale farlo. «Tienile», e basta, non una spiegazione o una promessa. Perché le avesse chiesto di tenerle, le scarpe, Tania non l’aveva capito. Aveva fatto un passo interrogativo verso di lui, rispondendo al bisogno di avvicinarsi per trovare risposta col corpo. E l’avrebbe anche toccato, forse non abbracciato, gli avrebbe magari messo una mano sul petto o stretto le mani, se il parquet non avesse scricchiolato, risvegliando il suo sguardo. E allora Gabriele aveva alzato gli occhi a inchiodare i suoi, poi era sceso lungo il collo, il seno, l’ombelico, il pube, le gambe, i piedi. I tacchi che avevano fatto scricchiolare il parquet. «Ferma», con la stessa voce. Lei sorpresa a pensare per un attimo che fosse stato proprio il rumore del listello a infastidirlo, e non piuttosto il suo movimento. «Ferma». E Tania si interrompe, in equilibrio, e avverte il potere del vuoto, la vertigine di una situazione di cui non possiede il controllo né di cui può più governare l’evoluzione, ma di cui conosce per intuito l’esito.

Perché gli avesse proposto di salire in casa, questo Tania lo sapeva bene. Era un gesto di fiducia ma anche di potere, lo portava sul terreno che meglio conosceva, contava magari di confonderlo un poco, di costringerlo a seguire le sue mosse. Anche se poi, in vero, nulla Tania aveva previsto. Era ancora il fascino del vuoto, della curva a gomito. Aveva piuttosto disegnato scenari, accarezzato sviluppi, sapendo perfettamente – per lunga pratica di quell’arte – che ogni ipotesi, nel momento stesso in cui assumeva una forma, perdeva, in quello stesso preciso momento, ogni probabilità di realizzarsi. E che tutto sarebbe stato completamente diverso da ciò che avrebbe potuto immaginare. Meglio, che l’unica possibile mano di quella serata, sarebbe stata scelta tra le carte ancora rimaste nel mazzo. La mano sul petto a spingerlo contro la porta che vibra per il colpo? Oppure invece trascinarlo sul letto? Fermarlo in corridoio? Nulla di questo. Carte scartate e gettate sul piatto.

«Ferma» è un asso non ancora pescato. Tania non conosce quali altre figure abbia in mano. Non è più nemmeno sicura di ricordare di quale gioco sia questa partita. Lo guarda e si arrende. Annulla una via l’altra le opzioni. Bambina – ricorda –, aveva una volta sentito questo stesso, precario equilibrio. S’era persa in un bosco giocando con Luca, suo compagno di scuola. Diversi sentieri appena tracciati portavano in direzioni opposte per verso. E un uomo, comparso dal nulla, a lei sconosciuto, si era offerto gentile di portarla alla casa. Paura, timore, i divieti materni, proibito o salvezza, soluzione o inganno? E poi dire «va bene» e seguirlo sicura. Come avere apparentemente ogni possibile strada davanti, eppure non avere che la sola scelta di lasciarsi guidare. E così Tania espira abbassando il diaframma e svuotando i polmoni disegna una nuova curva del suo ventre chiaro. Incurva le spalle, appiattisce l’addome, ruota un poco all’esterno il suo monte di Venere. Non è movimento che Gabriele possa ignorare, è al contrario un segnale preciso, atteso che sostituisce parole, discorsi e richieste, che rende superfluo aggiungere «allargale», sottointeso le gambe, perché Tania ora abbandonata respira del desiderio di lui, ne anticipa le richieste, di mille strade ha imboccato la sola che fosse possibile.

E vorrebbe guardare, ma davvero non riesce ad aprire gli occhi quando lui si alza dalla poltroncina e fa scricchiolare l’assito per un passo, e un altro e un terzo, infine, dal rumore più lieve. Un ginocchio poggiato sul pavimento, un gesto che non può non esser religioso, un inchino alla vulva offerta per tutti che toglie i peccati del mondo. Inspira, Tania. Un respiro profondo che gonfia i polmoni e con essi eleva i capezzoli. Inspira, Tania. Immagazzina quell’aria che le serve per vivere perché sa con esattezza ciò che ora sta per succedere. Intuisce in anticipo il momento in cui, preceduta dal calore del fiato, la lingua di Gabriele affonderà come una spada nel solco del sesso, dividendo le acque e cercando la fonte.

Tania capisce, capisce in diretta, nel momento stesso in cui tutto succede, il gioco a cui lui sta giocando con lei. Le carte rovesciate a terra che dicono donna, e dicono fante, e assi e re, sovrapposte, intrecciate, oscenamente esposte alla vista. Gabriele sta giocando la sua mano e il fremito che coglie la coscia destra di Tania e subito contagia la sinistra è forse una nuova puntata sul tavolo verde. Il tacco raccoglie il vibrare del corpo, lo ripercuote sul legno, tamburino impazzito che non controlla il suo ritmo. Una goccia, di umore, saliva o di entrambi i piaceri – c’è infatti un godere nel farsi leccare, un altrettanto potente godere nel provocare piacere – si infrange a terra nel centro perfetto dei piedi di lei e delle ginocchia di lui. «Non la pulirai» dirà poi uscendo, e ora nemmeno l’ha detto, nemmeno pensato, eppure lo sente col corpo, Tania, che questa traccia deve restare a ricordo, come reliquia del rito che han consumato.

Le dita, per forza. Le aspettava e voleva, le sentiva risalire la coscia con un movimento premuto che faceva risaltare quanto fossero scivolose, lucide forse, ad averle potute vedere. Le dita, come si deve, ad allargare la vulva, e poi affiancate e unite come le gambe di un tuffatore, immergersi nel profondo, in verticale perfetta, e premere sicure sul retro del pube. Il tremito che prima Tania credeva quasi di poter controllare, non senza riuscirci peraltro, diventa ora convulso, scomposto. È tremare di carne, tremare di voce, tremare di cuore che non sa più che volere.

In piedi nel centro matematico della stanza da letto, Tania convoglia su due fini tacchi a spillo il suo corpo, il suo inutile resistere al piacere: le gambe contratte, allargate, scomode, innaturali, senza nessun appoggio a darle sollievo; è quasi sorretta dalle dita di lui, confitte nel profondo di lei, dalla bocca affamata che ne succhia ogni piega. E l’orgasmo l’investe senza che possa reagire, tremando, sudando, battendo sul suolo il tacco sottile.

È una resa totale, impotente, la mancanza di ogni punto di riferimento. L’abisso davanti, la vertigine di chiudere gli occhi e di lasciarsi cadere, per vedere se infine è davvero così mortale fidarsi di chi ti ha preso per mano e ti ha condotto con lui.

Domani sentirà indolenzite le cosce. Vedrà in controluce la macchia sul legno. Rivivrà cento volte il replay di quel gioco senza ancora capire, ma forse intuendo, perché lui le avesse chiesto di tenerle, le scarpe.

8 Commenti

  1. marcy
    5 agosto 2011

    Ma è bellissimo ,sono senza parole Inachis! … l ho letto con gli occhi di una dimensione nuova…

    Rispondi
  2. chiara
    6 agosto 2011

    Semplicemente…. toglie il fiato!

    Rispondi
  3. inachisio
    6 agosto 2011

    ;-) graaaaz!

    Rispondi
  4. anonima non veneziana
    6 agosto 2011

    Osa! Osa ancora di più! Mi piacerebbe che tirassi fuori tutta la passione che hai dentro.
    Anonima

    Rispondi
  5. Kitty
    8 agosto 2011

    Stupendo! La bellezza sta, come spesso accade, soprattutto nei particolari.

    Rispondi
  6. joshua67
    8 agosto 2011

    Quella goccia da non levar via … Dimostri ancora una volta di comprendere le preferenze sessuali più nascoste e più vere delle donne che riescono a darsi in modo completo prima con la mente e poi con il corpo. Complimenti.

    Rispondi
  7. akuabrillante
    20 marzo 2013

    Le scarpe col tacco………..!!!
    La fantasia corre……

    Rispondi
  8. principessamimi
    3 giugno 2013

    mi piace … tornerò a leggerti

    Rispondi

Lascia un Commento