Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

Passepartout [racconto erotico]

I racconti erotici di Dire Fare L'Amore

Dopo parecchio tempo, torna un racconto [nemmeno poi molto] erotico.

PASSEPARTOUT

La notte della città è come il sonno di un vecchio.
Comincia tardi, arrendendosi all’insonnia e ai pensieri rancorosi. Sputa ubriachi nelle vie incurante di sozzare i marciapiedi. Si rigira mille volte tra le lenzuola usate prima che ogni osso abbia ritrovato il proprio posto e ogni vagabondo la sua tana. E subito si alza, precedendo la sveglia acida e buttando in strada sacchi della spazzatura e operai alle fermate dei tram.
In mezzo, poche ore di sonno travagliato, irrequieto e ferito da fantasmi e paure.
E, inesorabile, la pisciatina delle tre, quella dopo la quale è più difficile ritrovare il sonno.

Quella che anche io temo più di ogni altro pericolo perché costituisce una delle mie “linee gialle”, le misure di sicurezza che non infrango mai.
Perché io questa città la attraverso ogni notte come un incubo, insinuandomi nelle case, svuotando comò e casseforti. Scegliendo nel silenzio assoluto di un appartamento addormentato il quadro di valore tra decine di croste e distinguendo al tatto gioielli veri e copie.
Chiamatemi Passepartout. Sono un ladro di appartamenti e conosco i segreti delle case più degli psicologi e dei preti. Intuisco dai piatti in cucina una litigata serale, individuo tracce di amanti meglio delle mogli più sospettose.
Lo faccio per soldi, ma a volte mi chiedo se non sia piuttosto per sentirmi l’uomo invisibile.
So capire tutto di una persona vedendola dormire e frugando nei suoi cassetti.
Sono un mago a non lasciare tracce.
So scassinare serrature a mappa.
Ma non so far aprire il cuore di una ragazza.

E ora vi presento Lei, Anita. Quella che mi semina, mi confonde, mi resiste più di una porta blindata classe 4. Più del nero dei suoi capelli mi ha attratto la luce nei suoi occhi.
Ho impiegato un minuto a sapere il suo nome, due per il numero di telefono, a una festa.
Un mese perché mi rispondesse al cellulare.
Tredici per vederci a pranzo.
In totale, la conosco da un paio d’anni.
Ma non ne sono sicuro. Dovrei forse dire che non la conosco affatto.

E così, questa è la porta. Moderna ma facile da aprire, come mi aspettavo. Prendo il ferro, forzo, un clic e la casa si schiude davanti a me. Ho l’aria rilassata dell’amico a cui hanno prestato le chiavi, vorrei dire dell’amante che ha avuto la sua copia del mazzo, ma non oso. Se passasse ora la vicina del piano di sopra, nulla in me attirerebbe la sua attenzione. E’ la prima regola, non dare nell’occhio.

Il ladro di appartamenti non è un brutto mestiere, in sé. Ha i pregi del lavoro autonomo, una forte defiscalizzazione e il vantaggio di portarti ogni giorno in un posto diverso. Se ben gestito, consente un tenore di vita di tutto rispetto e si sposa bene con la mia passione per l’arte e la cultura.
Senza contare che il più delle volte posso farmi tutta la tangenziale est senza trovare traffico.
Certo, come ogni altro lavoro ha i suoi rischi: ma è meno pericoloso di una fonderia e meno esposto a fluttuazioni di una società finanziaria.
Uno dei vantaggi è anche il fatto di lasciarti mezza giornata libera. Io lavoro solo la notte. E c’è una ragione: preferisco entrare a casa delle persone mentre sono presenti. Ho bisogno di sentirle dormire per farmi un’idea delle loro vite, per decidere cosa prendere. Non di rado me ne vado a mani vuote, se per esempio ci sono bambini piccoli, o se è la casa di una donna sola.
Al mattino dormo.
Il pomeriggio lo dedico all’arte, a visitare mostre, a curare i miei bonsai e, naturalmente, ad Anita, a cui puntualmente mando per mms foto dei posti che visito e che mi fanno pensare a lei.
Le compro piccoli regali, le scrivo dei biglietti carini, le incornicio fotografie.
Le mando una mail ogni due o tre giorni.
Che lei, apparentemente, ignora.
Poi aspetto che ricompaia.
Certo non è insensibile come la niña mala di Vargas Llosa o anaffettiva come Lisbeth Salander, ma generalmente non mi risponde. O magari un “grazie” per sms dopo una settimana.
Ogni tanto una merenda insieme, un pranzo.
In queste occasioni le consegno tutti i pacchettini che avevo preparato nel tempo, sperando in un incontro. Una specie di calendario d’Avvento dei pensieri che le ho rivolto.
Poi di nuovo il silenzio.

La porta ha ceduto subito, bene. Non ho dovuto forzarla. Ho limitato i danni, meglio. Mi sarebbe spiaciuto. Richiudo con cura, accendo la luce. Non sono in un film e non c’è bisogno che esplori la casa con la torcia. Sono le sei di un pomeriggio invernale. Freddo, buio. L’alone caldo della piantana e il tepore della sala contrastano con l’esterno.
Stavolta non lavoro di notte. Errore.
Casa vuota. Errore.
Chiudo gli occhi e aspiro in profondità. Altro errore.

E’ marzo dell’anno scorso. Mangiamo una pizza insieme e, per caso, abbiamo il maglione dello stesso azzurro chiaro. E’ lei che lo fa notare, e io mi aggrappo a quell’indizio come seguissi una traccia nella neve.
Tutti i dettagli mi interessano. Rileggo tre volte un sms, per coglierne l’intonazione anche quando non ci sono gli emoticon. Ripenso alle frasi.
Ovvio, io ragiono da ladro. Se trovo una porta chiusa, cerco di aprirla non di forzarla.
E così ho fatto con Anita: l’ho cercata, ma non troppo.
Gentile, ma non mieloso.
Presente, ma discreto.
Credo di aver sviluppato, nel tempo, una sotterranea sintonia con i suoi pensieri. Associo a lei colori, immagini, canzoni. Quando non possiamo comunicare direttamente, cerco di farlo per metafora.
Ma direi che non funziona.
E’ giugno, pochi mesi dopo. Le scrivo una lettera, forse la migliore che la mia fantasia abbia partorito. Stavolta risponde: “grazie”.
Pochino, ok. Ma è scritto in fucsia e in carattere grande.
Quindi – interpreto come un esegeta dei rotoli di Qumran – un po’ più di un grazie.
Poi, buio.
Cambia indirizzo mail.
Questo è un altro indizio, non molto positivo.
Poi mi manda il nuovo.
Quindi, meglio?
Non lo so nemmeno io. Sento un filo, sottile e esile, che malgrado tutto non si interrompe mai.

Straordinario come il profumo renda unica una casa. Posso quasi vedere la sua proprietaria muoversi, aprire gli armadi, appoggiare il cappotto, spogliarsi, entrare nella doccia con la cuffietta trasparente in testa. Non sono mai stato qui, ma è come se conoscessi la pianta a memoria.
Lascio ora che il mio sguardo accarezzi le pareti. Riconosco il piumino nero appeso all’attaccapanni. Mi dico che oggi avrà scelto la giacca rossa, quella stretta in vita che le mette in risalto i fianchi. Un ombrello in un vaso. Una pianta di ficus vicino alla finestra. L’anticamera non mi dirà altro. Entro in cucina. Apro piano i mobili. Non è un furto come gli altri. Guardo, respiro. Non prendo nulla.

Ovviamente mi sono chiesto, e molte volte, perché io continui questa estenuante caccia. E se lei mi sopporti per compiacenza, per pietà o se proprio non mi sopporti più.
Cosa faccia dei miei regali stupidi, se finiscono nel primo cassonetto o se magari nemmeno li apre.
Cento volte ho pensato di smettere, e centouno ho cambiato idea.
Perché, puntuale, è arrivato un suo messaggio inaspettato, un piccolo indizio di affetto. Una chiacchierata franca e amichevole in cui scopro che ricorda frasi che credevo non avesse nemmeno colto, dettagli che pensavo non avesse notato. Ma è una ragazza intelligente e attenta e mi stupisce sempre.
Ottobre. Fa già freddo e ho lasciato la giacca in macchina. La aspetto davanti a una pasticceria. Arriva e mi trema la voce più per l’emozione che per il gelo.
La trovo cambiata. Più serena, ma anche più ferita. In una specie di convalescenza affettiva.
Racconta sprazzi di sé, un puzzle di cui mi mancano la metà dei pezzi, che cerco di ricomporre come posso, se non altro per non fare la figura del deficiente.
Facciamo entrambi i necessari update. Poi oso chiedere:
- Ti rivedrò?
- Certo!
Risponde sorridendo con gli occhi, come se fosse scontato.
E penso “Ciao, questa stavolta sparisce”.
Consegno il mio pacchetto, c’è una litografia che avevo trovato a Londra.
Rappresenta il volo di un gabbiano che si alza nel cielo.

E così, è qui che abita. È questa la sua tana. Sorpreso di quanto assomigli a come me la sono mille volte figurato, mi attardo tra le stanze. Vivo ciò che non ho vissuto, se non nel desiderio: baciarla all’ingresso, spogliarla davanti alla specchiera del corridoio, entrare nudi e abbracciati in camera da letto.
Ripenso a quanto sia stato difficile, anche per un professionista come me, trovarne l’indirizzo. E poi, ancora di più, decidermi a violare la sua intimità. Suppongo che sia stata una sorta di necessità interiore a spingermi. Il bisogno di trovare gli oggetti quotidiani di un altro uomo, i suoi vestiti, la conferma di una lontananza incolmabile.
Cercavo da solo una prova che mi convincesse a staccarmi da lei.
E invece sto trovando la casa di una ragazza, arredata con buon gusto e cura. Entro in bagno, un solo spazzolino nel bicchiere. Alle pareti foto sue, senza altri volti accanto.
Respiro e faccio l’ultimo passo. Il più difficile: entro nella sua camera da letto. Un due piazze rifatto, un cassettone, un’altra libreria, una parete coperta di cornici.
Guardo meglio e il respiro mi muore in gola.

Prende il pacchetto con la litografia, senza sapere che cosa contenga.
Ha un modo speciale di accettare i regali, sembra che li accolga, li culli, c’è qualcosa di orientale nei suoi gesti.
Mi dice “Grazie”.
Poi ci separiamo.
In auto le mando un messaggino per dirle quanto sono felice di averla vista.
Risponde: “Bacio”, come fa spesso.
E certo non sa cosa scateni in me questa parola.
Perché di tutte le cose che immagino su di lei, l’unica che davvero vorrei sarebbe un bacio vero.
Lo vorrei più che vederla nuda.
Anche più di fare l’amore.
Ma lei questo non può saperlo, e non credo sarebbe una buona idea dirglielo.
Così rileggo “Bacio” e sorrido tra me.
Poi, come sempre di sorpresa, mentre le nostre auto di allontanano in due opposte direzioni un altro sms: “Ti voglio bene”.
Ed ecco che, almeno, ora ho una certezza: non ho capito davvero nulla di lei.


Sul cassettone, sulla libreria, appesi ai muri vedo esposti tutti i regali che in questi anni le ho fatto: i libri che ho scelto perché contengono tracce di lei, foto mandate per email e ora stampate e incorniciate, il piccolo quadro con la litografia di del gabbiano. La storia della nostra amicizia raccolta in un composto ricordo.
Quindi non era lontana come la credevo.
Il dubbio che mi ha circondato per tutti questi anni trova ora una risposta.
Mi sento l’uomo più idiota del mondo.
Ripercorro ogni momento, ripeto ogni frase, riguardo ogni gesto sotto una nuova chiave di lettura.
Ho preso silenzio per distanza.
Pudore per distacco.
Mistero per chiusura.

Il corpo è fermo nello spazio tra il letto e il mobile; gli occhi non smettono di saltare da un oggetto all’altro. Il cuore e il cervello si azzuffano, accusandosi di inadeguatezza, poi crollano abbracciati e sfiniti dall’emozione. Le gambe tremolano. Il pisello, quanto a lui, vive un piccolo momento di gloria, come unico organo ad aver intuito qualcosa.

Dalla spina dorsale parte una scossa che mi dà nuovo vigore.
Il ladro che è in me rialza la testa e ricorda a tutte le membra che abbiamo superato la linea gialla e che ora la cosa più urgente è lasciare la casa.

Raccolgo la borsa, che avevo lasciato cadere sul parquet.
Chiudo la zip del giaccone e mi volto verso la porta.

E proprio in quel momento, mentre sto per lasciare una casa in cui non dovrei essere per recuperare le fila di una vita in cui non sarò più come prima, sento un rumore che non vorrei mai sentire.

La chiave che gira nella toppa

A grande richiesta ho continuato il racconto, ecco il finale

* * *

Tacco. Tacco. Scarpa che vola. Borsa che cade. Fruscìo di giacca, quella rossa stretta in vita, suppongo.
Mi trasformo in un essere a due dimensioni, appiattito tra la porta e la parete.
Respiro in playback per non essere udito.
La sento muoversi in tutta la casa, aprire sportelli, spostare oggetti.
Poi un rumore di rubinetto. La vampata dello scaldabagno a gas che si avvia in cucina.
Una situazione discretamente pericolosa, anche per un ladro come me.
Eccitante, se non fosse drammatica.
Comunque, prevalentemente drammatica, visto il rischio che sto correndo.

Un’ombra sulla porta. Altro fruscio.
Camicetta e reggiseno atterrano sul letto come un volo di colombe.
Si sta spogliando in entrata e lancia vestiti in giro. La facevo un tipo più ordinato.
La gonna plana a seguire, come un uccello ritardatario che segue lo stormo.
Lo scroscio dell’acqua che scorre in bagno attutisce i suoi rumori. Non so più dove sia, ma so, per sottrazione, che restano le calze e le mutandine da togliere.
E’ una tortura, resa più terribile dal suo profumo che si sta diffondendo nell’aria.

Poi un colpo di vento: entra nuda in stanza e spalanca le ante dell’armadio.
Prende un asciugamano pulito ed esce così come è entrata.
Non mi ha visto.
Ma io ho visto lei.
Solo di schiena e in uno spicchio di visuale lasciata libera dalla porta.
Anche così, anche in piccola percentuale, la trovo bellissima.
Ha il gabbiano con le ali spiegate tatuato alla base del collo.
Qualche secondo e poi un plufff mi annuncia che Anita si è immersa nella vasca.
Per quella fissazione per i dettagli che non mi lascia pace, visualizzo la bottiglia di bagnoschiuma al jojoba che tiene sul bordo.
E che, come molti altri oggetti, le ho regalato io.
Ma non è il momento dei ricordi, questo è il momento giusto per scappare. Anzi, è quasi un miracolo, una fortuna inaspettata.
Do il comando della ritirata. Ma il corpo non reagisce.
Ammutinamento, diserzione! Certamente capitanata dal quello stesso pisello che poco fa cantava vittoria.
Senza poter governare i movimenti sono condotto in direzione del bagno e trascinato verso quella porta socchiusa da cui filtrano luce e parole. La sento cantare una canzone di Jovanotti, anch’essa capace di smuovere ricordi.
Mi arrendo e penso che un momento così non ritorni mai più. Sia quel che sia, io guardo. Fosse anche l’unico modo per averla un pochino per me.

- E se entrassi invece?

Chiede la voce di Anita da dietro la porta prima ancora che io abbia potuto sbirciare un lembo di pelle dalla lama di luce.
Ricordo che a nove anni mia mamma irruppe di colpo nella mia stanza mentre stavo esplorando le potenzialità dei miei organi genitali. Ero rimasto impietrito, stretto tra piacere e vergogna.
Ora mi sento esattamente così.

- O devo venire a prenderti?

Precisa, allegra ma autoritaria, la voce.
Spingo la porta con il piede e, come un sipario che si apre, il palcoscenico della sua nudità appare davanti ai miei occhi per la prima volta in versione integrale.

- Ma… come…, balbetto.

Una mano emerge dalla schiuma e mi afferra con decisione. Scivolo tutto vestito nell’abbraccio che mi cattura.
Ed è sommerso da bolle, vapore e onde al bagnoschiuma al jojoba, goffo nei miei movimenti come un marinaio scampato al naufragio, incredulo come solo può essere chi a lungo ha sognato l’impossibile, che ricevo quel primo, attesissimo bacio che il cuore aspettava ma la ragione sfuggiva.

La notte della città è come il sonno di un vecchio. E quando comincia, arrendendosi all’ansia e alla paura, io e Anita stiamo ancora facendo l’amore, recuperando con avida ingordigia il piacere finora negato. Nudi finalmente di dentro e di fuori.
Di tanto in tanto, tra un’onda e l’altra del piacere che ci travolge, io rialzo la testa e cerco di chiedere come abbia capito, come abbia sentito. Lei di nuovo mi bacia e ridendo mi dice: “L’ho sempre saputo. Ma tu non capivi…”.

———-

Scarica qui il racconto in pdf

Passepartout | Inachis Io

  • Segnalo
  • WordPress
  • Blogger Post
  • Technorati Favorites
  • Twitter
  • Facebook
  • Windows Live Favorites
  • MySpace
  • Google Reader
  • Hotmail
  • Google Bookmarks
  • Share/Bookmark

This website uses IntenseDebate comments, but they are not currently loaded because either your browser doesn't support JavaScript, or they didn't load fast enough.

Comments (18)

Marcygennaio 22nd, 2010 at 13:06

ooops….e adesso ?cacchio come ne esce?

Kittygennaio 22nd, 2010 at 13:24

Non tutte le porte si possono aprire, a volte speri che qualcuno ti dia le chiavi…Che dire? un ladro davvero affascinante quello del racconto, con uno spessore psicologico non da poco…”Bacio”

inachisiogennaio 24th, 2010 at 14:52

Il commento di Marcy mi ha dato un’idea. Scriverò diversi finali per questo racconto. Suggerimenti?
@ Kitty, credo che tu abbia detto un’importante verità…

Valeriagennaio 24th, 2010 at 23:25

E’ bellissimo questo racconto, ha un filo sottile di malinconia, tra una riga e l’altra, che nei tuoi testi poche volte avevo trovato. O forse semplicemente non li avevo colti. C’è qualcosa di misterioso, affascinante, che cattura durante la lettura. Bella la situazione, il ritmo.
Carina l’idea di questo ladro che, oltre che di gioielli, è ladro di cose private. Come quando passi in treno e costeggi le case lungo i binari. E vedi le persone attraverso le finestre, chiuse nelle loro vite, e sembra quasi di rubargli un pezzettino di quotidianità, di intimità.
:) Bravo

Satinegennaio 27th, 2010 at 18:05

non è Anita che entra in casa.
è suo fratello, che subito lo scambia per il fidanzato di lei (quello che lei alla famiglia ha sempre detto di avere e invece non ha)
finalmente ci conosciamo, sei assolutamente come Anita ti aveva descritto

Anita varca la soglia, tiene in mano una borsa da lavoro. Rapidamente, come si compiono i gesti quotidiani, lascia la borsa in un angolo, cambia il soprabito che indossava con un’altro appeso sull’attaccapanni, dal fondo dell’armadio recupera un’altra grossa borsa. Non si è nemmeno allontanata dall’ingresso. Senza guardarsi troppo intorno, riprende le chiavi volta le spalle ed esce.

inachisiogennaio 27th, 2010 at 18:49

Satine, sicura di non essere un genio? Sono ottimi entrambi i finali e penso che non ci sarrei mai arrivato. E da ognuno di essi scaturisconuove possibilità

Nikkyfebbraio 19th, 2010 at 11:26

Ecco il finale che volevo…e che speravo!

Danifebbraio 19th, 2010 at 13:18

il finale………..come ogni volta………….

inachisiofebbraio 19th, 2010 at 14:28

C’è voluto un po’ per arrivare a questo finale, ne avevo scritto anche un altro ma più debole. Confesso che questo racconto l’ho proprio amato…

Marcyfebbraio 19th, 2010 at 17:00

Un parto spettacolare come sempre ..fiato sospeso ….
le donne ,le donne e quel pizzico di perspicacia cucito addosso…;-)

Tamarafebbraio 23rd, 2010 at 22:04

Il momento che più mi coinvolge é quando lui ascolta i movimenti di lei, l’attesa, l’ascolto, che permette alle sensazioni e al desiderio di sbocciare ed espandersi, sentirla e credere di non poterla avere in quel momento esatto.
I finali di Satine mi piacciono, addirittura ho fantasticato di fonderli, il fratello e lui che restano soli a parlare di lei.
Grazie, dei bellissimi racconti

Satinefebbraio 23rd, 2010 at 22:26

un bel lieto fine, è quel che ci voleva :-)

inachisiofebbraio 23rd, 2010 at 23:07

Questo, in effetti, è UNO dei finali… Mi piacciono le storie aperte, così come le vite aperte, che non sai la piega che prenderanno.

luisafebbraio 24th, 2010 at 13:44

Complimenti per il tuo blog…perché non mi inserisci tra i tuoi amici e mi linki?? Te ne sarò grata
grazie!!!

Tizianamarzo 3rd, 2010 at 12:56

….beh complimenti per il racconto…. non avevo ancora avuto il tempo di andare a leggerlo!!!

(PS… però, se dovessi trovare un più o meno sconosciuto a casa mia quando rientro….beh la mia prima reazione sarebbe chiamare i carabinieri!! ammetto la conclusione ovvia…. ehehhe)
;-P ♥ Tiziana (anche se appaio come ospite)

PS non ti avevo ancor aringraziato per il pensiero! :)

Angemarzo 29th, 2010 at 19:22

ottimo racconto, pieno di sfumature, ironico e originale….fai il balzo, inachy!

inachis_iomarzo 29th, 2010 at 19:31

Balzo verso il non erotico dici? Ci ho pensato, sì!

Giulianomaggio 16th, 2010 at 18:37

Dopo aver ascoltato il racconto letto da te a "Pagine come Rose", non potevo non leggere il finale…
Bellissimo!!!
A presto
Ciao
Giuliano

Leave a comment

Your comment